Agostino Antonio Parmentier e la magia della patata che della cucina è incontrastata regina

di Paolo Clemente Wicht

Il 1700 è stato sicuramente un secolo di grandi cuochi, di creazioni gastronomiche e di nobili abbuffate, dove i cibi erano anche strumenti per ostentare ricchezza e potere.

L’Europa di allora era dominata da personaggi del calibro di Federico II di Prussia (il Grande), lo Zar Pietro III, Maria Teresa d’Austria e Luigi XV di Francia.

Le imprese belliche di quell’epoca avevano prodotto distruzione e terrore, generando fame e miseria.

Fuori dalle corti, la regola per moltissima gente era di riuscire a fatica a fare un pasto al giorno.

Una moltitudine di persone affamate furono salvate dalla carestia grazie alle patate e all’enorme e preziosa opera di divulgazione di Auguste Antoine Parmentier.

Nato a St. Didier nel 1737, a soli dodici anni durante la carestia del 1749 rimase orfano del padre.

Pregò il farmacista del paese di assumerlo come garzone in cambio del medicamento per curare la madre debilitata dagli stenti.

Iniziò così la sua carriera che lo portò a diventare aiuto farmacista dell’Armata dell’Hannover.

Dotto scienziato e buon patriota si impegnò a soccorrere i commilitoni feriti sul campo di battaglia.

Quando fu preso prigioniero, essendo ormai celebre anche in Germania, gli fu concessa la prigionia nella bottega del più celebre farmacista germanico dell’epoca: il dottor Mayer.

Un giorno, ospite a tavola della famiglia del Dottor Meyer, a Parmentier fu servito un piatto di tuberi che in Francia era solito vedere mangiati dai maiali e ritenuti portatori di lebbra.

Visibilmente disgustato ma con il garbo dell’educazione, Parmentier chiese il nome di quel tubero al suo ospite il dottor Meyer.

La risposta fu illuminante: “pomi di terra Caro ragazzo. E se voi in Francia li usate per i porci, noi in Germania ci sfamiamo il popolo”.

Con la complicità della figlia del dottore, Margherita, nei sei mesi di prigionia privilegiata che ne seguirono, il giovane Parmentier imparò a conoscere la patata e ad apprezzarne tutti i suoi usi in cucina.

Arrivata la pace ad inizio 1763, Parmentier rinuncia all’amore con Margherita e alla carriera, dicendo no ad un posto di chimico e fisico reale offertogli da Federica il Grande e volle rientrare in Francia.

Preso il posto di farmacista capo presso l’ospizio les Invalides di Parigi, dove venivano curati i veterani delle guerre, durante la carestia del 1771, prese parte ad un concorso dell’Accademia di Besançon sullo studio delle piante che potevano supplire agli altri alimenti dell’uomo.

Nel 1772 presentò il suo studio sull’importanza della patata per la nutrizione dell’uomo.

Fu attaccato dai naturalisti che ritenevano le patate velenose e pure le suore in servizio agli Invalidi lo boicottarono fino alla sua destituzione dal prestigioso ospizio.

Testardo e determinato, Parmentier lottò contro malignità e preconcetti, scavalcando ministri e smarcandosi dai dignitari, riuscì a farsi ricevere dal re Luigi XVI, ottenendo un desolato terreno nella pianura dei Sablons, oggi Neuilly, per fare i suoi esperimenti.

L’intelligenza e l’astuzia non gli mancavano, per cui schierò delle sentinelle che svolgevano un’attenta sorveglianza dei campi di giorno, mentre di notte chiudevano un occhio, se non due.

Avendo fatto circolare la voce che le patate erano un frutto proibito, il popolo fu spinto a farne razzia di notte.

Dal furto al consumo il passo fu breve e in poco tempo la patata divenne così popolare che lo stesso Parmentier organizzò per le più illustri personalità dell’epoca un pranzo straordinario a base esclusivamente di patate.

Minestra, stufato, pasticcio, frittata, insalata, frittelle, torta, schiacciata e pure biscottini: tutto di patate.

E dopo il caffè, non fece mancare un’acquavite di patate!

Famoso in quel banchetto fui il brindisi del venerabile Beniamino Franklin, rappresentante a Parigi del giovane stato dell’Unione degli Stati Americani che si alzò pronunciando solennemente:

"A Parmentier, il popolo famelico riconoscente".