Ugo Tognazzi in una cucina da cinema

di Paolo Clemente Wicht

Prima che la cucina irrompesse, prepotente, nello schermo nero che abbiamo in salotto con i vari Masterchef o programmi gastronomici, Ugo Tognazzi era il simbolo dell’attore che amava mettersi ai fornelli, che voleva dimostrare a tutti che ci sapeva fare.

Sarà per questo che, quando veniva invitato in tivù per promuovere un film, ogni scusa era buona per cucinare, proporre al pubblico qualcosa che non aveva mai visto prima. 

Nella sua casa di Velletri, il venerato frigorifero occupava una parete intera e gli insaccati e i quarti di manzo pendevano dai ganci di acciaio fissati al soffitto.

Tognazzi sperimentava, provocando e divertendosi, molto divertendosi.

La cucina per lui era arte esattamente come lo era il cinema: bisognava aspettare l’ispirazione, quell’idea geniale che ti avrebbe permesso di accendere la tavola con qualcosa di nuovo, appetitoso, esotico ed erotico.

E diceva divertito:

«Io ho il vizio del fornello, sono malato di spaghettite»,
«recito per hobby ma mangio per vivere».

E ancora:

«Il profumo di un buon ragù lo adoprerei come dopobarba», spiegava un’altra volta ricordando quanto fosse importante per lui il giudizio dei commensali, degli ospiti che erano cavie.

Cavie perché Tognazzi non cucinava mica le cose semplici; i banali spaghetti al pomodoro, l’arrosto e la grigliata le lasciava ai comuni mortali.

La sua missione era sperimentare, osare, e soprattutto stupire i suoi ospiti, cosa che sembra essergli riuscita bene.

Anche in famiglia si divertiva e sbalordiva i suoi figli : dalla balena alla pizzaiola, «una roba terribile» ricorda la figlia, alle farfalle fuxia con le bietole rosse. Famosissimo il carpaccio “a modo suo”, con l’olio di nocciole, l’aceto di lamponi e la pasta di tartufo, una squisitezza.

La cucine prima e la tavola poi, per lui, diventavano un palco e quegli ospiti seduti tutt’attorno diventavano il pubblico da intrattenere: 

«In questo mio rapporto d’amore con la cucina non ho né mediazioni né prescrizioni: io sono il creatore della scena e il suo esecutore, il demiurgo che trasforma le inerti parole di una ricetta in una saporita e colorata realtà».

Un Tognazzi esattamente come Proust con gli oggetti. 

«La gallina bollita, per esempio, mi fa riandare alla nonna, alle domeniche di Cremona, alla mostarda. 

E i lamponi freschi mi ricordano lontane e rare villeggiature in montagna coi miei genitori». 

Per lui, la differenza fra sapere quando tirare fuori l’arrosto dal forno perché è cotto e prendersi un inchino dopo aver recitato al Puccini di Milano era minima se non inesistente.

Ebbene sì, anche in cucina Ugo Tognazzi rivendicava "il diritto alla cazzata", quello su cui goliardicamente aveva impostato l’intera esistenza. 

Compresa la cena dei 12 apostoli: un appuntamento fisso in cui lui cucinava per gli amici – tra cui Monicelli e Paolo Villaggio – che poi lo giudicavano con un punteggio di chiara derivazione fantozziana: straordinario, ottimo, buono, sufficiente, cagata, grandissima cagata.

Finiamo con una sua massima eterna e strapaesana: «Una volta c’era una nonna, una mamma, una campagna, un orto. Ricreiamoli. Dipende solo da noi».