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“Vale la pena”…

Storia di un birrificio nato da semi di libertà, di Elisabetta Ranieri e Andrea Borgnino

  • 11 gennaio 2017, 10:00
“Vale la pena”…

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Mercoledì 11 gennaio 2017 alle 09:00
Replica alle 22:35

È iniziata come una scommessa la storia del birrificio Vale la pena: è possibile fare una birra artigianale di qualità dando lavoro ai detenuti del carcere romano di Rebibbia?

Una scommessa, questa, con una posta in gioco molto alta e ambiziosa, ossia quella di ribaltare gli stereotipi e rompere il circolo delle recidive attraverso la formazione e l'inserimento professionale dei detenuti di Rebibbia ammessi, grazie all’articolo 21 del Codice penale, al lavoro esterno fuori dagli istituti. Era il 2011, il sovraffollamento al massimo e le condizioni detentive molto dure.

La sfida è risultata vincente e di fatto il progetto, finanziato dai Ministeri dell'Istruzione e della Giustizia, è riuscito in pochi anni a creare una “camera di compensazione” tra carcere, società e scuola.

Perché gli altri protagonisti di questa singolare produzione artigianale sono non solo i detenuti, ma anche gli studenti dell’Istituto Agrario Sereni, in cui ha sede il birrificio stesso, che possono così utilizzare in modo produttivo le materie prime del territorio ricevendo al tempo stesso quotidiane lezioni di legalità e di reintegrazione sociale. I nomi delle birre, irriverenti ed ironici, lasciano immaginare il mondo da cui provengono: si va dalla “Er fine pena”, alla “Fa Er Bravo”, da “La Gatta Buia”, alla “Sentite libero” e così via.

“Vale la pena” raccontare dunque le storie di Paolo Strano, presidente dell'Associazione, di Patrick, detenuto e primo assunto del birrificio e della Dott.ssa Marini, Dirigente scolastico dell'istituto Sereni. Testimonianze, queste, concrete di una proposta all’apparenza visionaria ma a tutti gli effetti vincente perché basata sul concetto chiave del rispetto verso tutti, anche verso chi ha sbagliato e cerca una seconda opportunità.

Montaggio: Andrea La Mura - Ass. Take this Mood

“Vale la pena”…

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