Hannah Arendt, il lavoro e la perdita del lavoro

di Francesca Rigotti

La banca svizzera UBS taglia 10.000 posti di lavoro nel mondo. Siamo abituati a leggere ogni giorno dichiarazioni di questo genere, che ci sgomentano perché chi perde il lavoro perde la stabilità della vita materiale come anche la serenità e spesso anche la dignità. Niente infatti abbraccia e struttura la nostra vita quotidiana quanto il lavoro; è naturale vedere nel lavoro un elemento essenziale della nostra esistenza, forse l'elemento centrale. Esso definisce anche le nostre caratteristiche identitarie, già che nei documenti segue immediatamente le coordinate spazio-temporali: nome, luogo e data di nascita, professione.
Tendiamo così a dimenticare che questa visione del lavoro è molto recente nella storia. La filosofa Hannah Arendt ha analizzato la storia del lavoro e ha riconosciuto il fatto che nella nostra attuale interpretazione del lavoro è andato perso qualcosa: la chance a una vita completamente dispiegata, la vita attiva. Arendt, filosofa ebrea tedesca emigrata negli Stati Uniti a causa delle leggi razziali, tratta del lavoro nella sua opera La condizione umana, conosciuta anche come Vita activa, del 1959. Anche a noi il lavoro e il suo futuro interessano come non mai. Siamo coinvolti nella dinamica del passaggio dalla società dell'industria a quella dei servizi, che si sta sempre più configurando come società dell'informazione e del sapere, e sperimentiamo forme di mutazione e di cambiamento che sempre di più ci portano a definirci attraverso il lavoro non soltanto come mezzo per guadagnare il pane ma come forma di vita.
Gli antichi invece disprezzavano il lavoro come una necessità che veniva esplicata, se possibile, da schiavi. Hannah Arendt ha esaminato, seguendo Aristotele, la condizione della vita attiva, che non era la vita lavorativa, ovvero la nuda vita del mondo della praxis; era invece la vita a un gradino superiore, la vita buona o eupraxis: era quello il livello da raggiungere. E noi? A che scopo lavoriamo noi, come viviamo, che cosa vogliamo nella vita? Realizzarci nel lavoro oppure nel riposo, quando ci rilassiamo e ci ricreiamo e spendiamo i guadagni ottenuti col lavoro medesimo?
Hannah Arendt distingue tre forme di attività: l'azione, la fabbricazione e il lavoro, e a ognuna associa un tipo di condizione umana: homo politicus, homo faber, homo laborans. L'attività lavorativa assicura la soppravvivenza; la fabbricazione produce un mondo sulla terra, ma soltanto l'azione permette di realizzare per sé una vita buona. Oggi, direbbe Arendt, assistiamo alla vittoria dell' homo, anzi dell' animal laborans: è un risultato amaro raggiunto da chi lavora per produrre beni che consuma per rigenerarsi dal lavoro stesso, invece di dedicarsi alla vita attiva partecipando alla costruzione del bene comune. Neppure Arendt era però in grado di prevedere il paradosso della attuale condizione umana: aver esaltato la centralità del lavoro, averlo nobilitato, averne fatto il centro dell'esistenza, per vederlo diventare un miraggio, una condizione privilegiata per pochi, un diritto, se mai diritto fu, evanescente.

Tags: oggi la storia, hannah arendt, perdita del lavoro, ubs, banca, vita, attiva

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