La liberazione del campo di concentramento di Bergen-Belsen

di Simona Boscani Leoni

Era esattamente il 15 aprile del 1945 quando le truppe britanniche liberarono il campo di concentramento di Bergen-Belsen, nell’attuale Bundesland della Bassa Sassonia.
Lo spettacolo che si presentò agli occhi dei soldati fu terribile: nel campo si trovavano allora circa 60'000 prigionieri, ammassati in baracche dalle condizioni igieniche indescrivibili, senza acqua potabile, il cui fisico era deperito a causa della fame, delle malattie e dei maltrattamenti. In diversi luoghi si trovavano poi mucchi di cadaveri ammassati, corpi scheletrici buttati uno sull’altro.
Il campo di prigionia di Bergen-Belsen, definito dal regime nazista quale “Erholungslager”, che tradotto in italiano suona come “campo di ricreazione”, fu creato nel 1943 come campo di raccolta di prigionieri ebrei destinati a servire da ostaggi di scambio, per essere in seguito utilizzato anche come campo per prigionieri disabili al lavoro, sia come centro di raccolta di detenuti ancora in grado di servire da lavoratori forzati per l’industria bellica. Il lager era organizzato in diversi settori che accoglievano, oltre ai cosiddetti “Austauschjuden”, anche ebrei provenienti dalla Polonia, dall’Ungheria, e da paesi considerati neutrali, quali l’Argentina, il Portogallo e la Turchia. Dalla fine del 1944 Bergen-Belsen divenne la meta di numerosi “trasporti di evacuazione” provenienti da altri campi situati nelle vicinanze della linea del fronte. Migliaia di prigionieri vennero così trasportati in Bassa Sassonia da Sachsenhausen, da Buchenwald, così come da numerosi altri campi di prigionia, stipandoli all’inverosimile all’interno delle baracche. Le condizioni igieniche assolutamente insufficienti e lo stato di denutrizione cronica portarono alla morte, solo nel mese di marzo del 1945, di più di 18'000 persone, e di 35'000 entro la metà di aprile.
Alla dolorosa storia di questo campo di concentramento sono legati sia Anna Frank che, indirettamente, Roberto Benigni. Ben nota è il triste destino di Anna, giovane ragazzina tedesca di religione ebraica, che fu deportata a Bergen-Belsen dopo essere stata detenuta ad Auschwitz; lì trovò la morte, poco prima dell’arrivo delle truppe britanniche. Il suo diario, reso pubblico dopo la fine della guerra dal padre, l’unico sopravvissuto della famiglia, è una toccante testimonianza di questa giovane donna, costretta a vivere nascosta con i suoi cari per due lunghi anni, nel tentativo disperato di sottrarsi alla persecuzione nazista. Anche il padre di Roberto Benigni fu deportato in questo lager, e da questa esperienza l’attore e regista ha tratto ispirazione per il suo film “La vita è bella”.
Per terminare, mi permetto di ricordare che tra dieci giorni anche in Italia si festeggia l’anniversario della liberazione.

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