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Abbigliamento: il mercato milionario dell’usato contestato

di Pietro Veglio

Plusvalore
Mercoledì 1. novembre 2017 alle 12:20

 

Le montagne di vestiti usati da smaltire rappresentano una delle facce nascoste dell’industria occidentale dell’abbigliamento. I consumatori occidentali comprano oggi più capi d’abbigliamento che nel passato e a prezzi stracciati. Un’economia domestica svizzera sborsa in media il 2% del proprio budget per l’abbigliamento; 70 anni fa la spesa corrispondeva all’11%. Pur spendendo proporzionalmente meno, il consumatore elvetico compra annualmente l’equivalente di 15 kg di capi d’abbigliamento, quattro volte più che nel 1950. Quanto ai vestiti scartati, ormai sempre più freneticamente, finiscono in parte nelle sterminate aree di raccolta della spazzatura ai margini delle città di parecchi paesi africani. Creando nel contempo problemi di contaminazione ambientale assai seri.

Purtroppo è illusorio pensare che la maggior parte dei vestiti usati donati a scopo benefico dai cittadini elvetici a organizzazioni come Texaid giungano sempre e gratuitamente nelle mani di che ne ha più bisogno. Solo una piccola parte delle donazioni va effettivamente a beneficio dei più bisognosi. Siccome in Svizzera ed in Europa il numero di poveri non è abbastanza elevato per assorbire le enormi quantità di capi di abbigliamento da smaltire, la maggior parte viene esportata, soprattutto in Ucraina, Tunisia ed Africa subsahariana, per poi essere rivenduta da intermediari e dettaglianti locali. Nel 2016 l’export svizzero di prodotti tessili usati equivaleva a CHF 56 milioni, con un aumento del 36% rispetto a dieci anni fa. Ovvero una quantità di 60'000 t, corrispondente alla capacità di trasporto di 107 Airbus A380. Del totale, 36'000 t vengono raccolte e smaltite da Texaid, seguita dalla Croce Rossa svizzera e Caritas.   

Il commercio dell’usato è sempre più criticato, soprattutto dai Paesi in sviluppo, perché costituisce una concorrenza sleale per le industrie tessili domestiche, ancora troppo deboli per far fronte a questa sfida. Nel 2015 sei paesi africani – Ruanda, Kenya, Uganda, Tanzania, Sud Sudan e Burundi - hanno importato, dall’Europa e Stati Uniti, vestiti e scarpe usate per US$ 151 milioni. Il Presidente del Ruanda Paul Kagame ritiene che l’importazione di vestiti usati metta in pericolo non solo la competitività dell’industria tessile domestica ma che non sia compatibile con la dignità dei cittadini ruandesi. Per diminuire le importazioni il Ruanda ha già deciso di aumentare i propri dazi doganali sull’import di vestiti usati.

Le misure protezioniste sono comprensibili. La liberalizzazione del commercio estero dettato dall’Occidente negli anni 1980-1990 aveva infatti provocato - complici anche la caduta dei prezzi mondiali del cotone e il dumping dei prodotti tessili cinesi – un’enorme crisi delle industrie tessili africane. Sarebbe tuttavia più sensato introdurre gradualmente i dazi doganali perché il commercio locale dei vestiti usati dà lavoro a migliaia di intermediari e commercianti. La rinascita di un’industria tessile africana sostenibile costituisce comunque una grossa sfida dato il basso potere d’acquisto della popolazione, la debolezza delle infrastrutture energetiche e di trasporto e l’urgenza di attirare investimenti esteri che assicurino l’accesso ai mercati di esportazione occidentali.

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