Jair Bolsonaro (Keystone)

Brasile: elezione presidenziale e grossi rischi

di Pietro Veglio

Plusvalore
Mercoledì 31 ottobre 2018 alle 12:20

 

Il popolo brasiliano ha eletto Jair Bolsonaro - il candidato del partito social-liberale di estrema destra - alla presidenza dello stato latino-americano più esteso, più popolato ed economicamente più importante. Un presidente che rimpiange la dittatura militare del periodo 1964-1985. Ha ottenuto il sostegno di milioni di elettori, stanchi della corruzione e spaventati da un paese sempre più violento. Bolsonaro incarna il matrimonio forzato fra autoritarismo politico ed economia di mercato, nazionalismo e culto della personalità così come rinuncia a valori liberali fondamentali come libertà di opinione e indipendenza del potere giudiziario. Una parte importante della popolazione lo ha votato pensando di evitare che il Paese si trasformi in un Venezuela. Sottovalutando i pericoli per l’ancora giovane democrazia brasiliana di una svolta autoritaria.

Il nuovo presidente dovrà affrontare grosse sfide economiche. Dopo la grave recessione del 2015-2016 vi è stata una debole ripresa, ma non sufficiente per creare sufficienti posti di lavoro per i 13 milioni di disoccupati. Preoccupanti il deficit di bilancio ed il rapporto elevato fra debito estero e PIL. Le opzioni per affrontare queste sfide sono state poco dibattute fra i due candidati al recente ballottaggio. Perché implicano scelte impopolari: tagli alla spesa pubblica e aumenti delle imposte abbinati ad una profonda riforma dell’insostenibile sistema pensionistico. Senza queste misure non si potrà evitare che il debito pubblico superi la soglia pericolosa del 100% del PIL. A sua volta, una crisi fiscale rappresenterebbe una grave ipoteca per la ripresa economica.

Preoccupa molto la svolta nella politica agricola ed ambientale anticipata da Bolsonaro ed il suo impatto sulla regione amazzonica, vero polmone del pianeta-terra grazie alle sue estese foreste tropicali. Il presidente-eletto, molto legato agli interessi delle lobbies agricole e dell’industria agro-alimentare, vorrebbe abolire il Ministero dell’Ambiente integrandolo al Ministero dell’Agricoltura. Un ministero quest’ultimo che tende a favorire gli interessi di chi vuole convertire, anche illegalmente, le aree forestali protette in colture e superfici per l’allevamento del bestiame per l’export di soya e carne. Questo aggraverebbe una evoluzione che – secondo la rivista Science - nell’ultimo decennio è coincisa con l’intensificazione della deforestazione nonostante una legislazione federale che si prefigge di arginarla e gli sforzi del Ministero dell’Ambiente per contenere le azioni illegali. Inoltre Bolsonaro si oppone alla preservazione delle riserve forestali esistenti per le popolazioni indigene che vivono nell’Amazzonia da parecchie generazioni. Questo nonostante vari studi dimostrino come questo tipo di riserve costituisca la miglior difesa contro la deforestazione.

Il Brasile era finora considerato uno fra i paesi emergenti maggiormente impegnati per salvaguardare il clima. Anche perché è il sesto paese che emette maggiori quantità di gas a effetto serra. Nel 2016 il governo si era impegnato ad arrestare le deforestazioni illegali entro il 2030 riducendo cosi’ le proprie emissioni di CO2 nell’ambito dell’Accordo sul clima. Ma adesso non sarebbe purtroppo una sorpresa qualora Bolsonaro rinunciasse a questo Accordo.

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