Cina: Miti e Realtà

di Fabrizio Zilibotti

Se esistesse un barometro della popolarità della Repubblica Popolare Cinese presso l’opinione pubblica occidentale, il suo livello odierno sarebbe inferiore a quello degli anni ’70, quando salotti radicali e movimenti studenteschi si lasciarono affascinare dal mito della rivoluzione culturale. Oggigiorno, al contrario, è difficile trovare nei media come nella società manifestazioni di entusiasmo per i progressi economici del dragone: la Cina sono i diritti umani calpestati, la concorrenza economica sleale, condizioni inumane di lavoro, la minaccia all’ecosistema.

Eppure, se fame e povertà sono oggi tanto meno diffuse nel mondo rispetto a quarant’anni or sono, lo si deve principalmente alla crescita economica della Cina. Nel 1975, la Cina era uno dei paesi più poveri del mondo con un prodotto pro-capite pari al 3% del livello svizzero del tempo. Il reddito medio cinese era meno della metà di quello nigeriano e meno di ¾ di quello indiano. Oggi il reddito medio cinese è circa ¼ di quello svizzero, tre volte e mezzo quello nigeriano e due volte quello indiano. La Cina è dieci volte più ricca che trenta hanni or sono, ha superato la Turchia, ed ha standard di vita medi comparabili a quelli dei paesi meno ricchi dell’Unione Europea, come la Bulgaria e la Romania.

Il progresso non si limita alle statistiche medie nazionali. É vero che la disuguaglianza interna, regionale e non, sono aumentate, trasformando la Cina da un paese egalitario ad uno tanto con tassi di disuguaglianza comparabili agli Stati Uniti. Tuttavia, una crescita tanto sostenuta non poteva non beneficiare anche i piu’ disagiati. Per esempio, nel 1980 ben l’84% dei cinesi viveva con meno di 1 dollaro e 25 centesimi che é la soglia di “estrema povertà” secondo la definizione della Banca Mondiale. Oggi, meno del 10% della popolazione è al di sotto di questa soglia. Sarà pure stridente la differenza tra i grattacieli di Pudong e le regioni rurali della Cina occidentale, ma in termini assoluti il benessere è cresciuto in entrambe.

Produzione e reddito non è tutto. Le Nazioni Unite propongono di misurare lo sviluppo con indici di benessere che coprono un ventaglio più ampio di di-mensioni socio-economiche. Per esempio, l’indice di “Human Development” sintetizza misure di salute, istruzione, reddito e disuguaglianza. In queste misure la Cina non solo non è da meno dei paesi ad essa comparabili in termini di reddito medio. Anzi, ha risultati leggermente migliori. Se si prende l’indice di Human Development più comprensivo, la Cina e’ al 68-esimo posto nel mondo, mentre il suo reddito pro-capite la situa intorno alla novantesima posizione. Insomma, la misura di sviluppo umano delle Nazioni Unite colloca la Cina nella classifica mondiale ben al di sopra di quanto non faccia la misura standard di reddito. Naturalmente, tanto l’una quanto l’altra sono ancora ben lontane dagli standard dei paesi occidental. Resta il fatto che tra il 1980 ed il 2010, la Cina è uno dei paesi in cui il progresso sociale è stato più rapido. Prendiamo l’istruzione. Nel 1990 meno del 40% della fascia di età rilevante frequentavano la scuola secondaria. Oggi siamo all’80%. E se nel 1990 la percentuale di iscritti all’università non arrivava al 3%, oggi siamo intorno al 25%. I risultati sia pure parziali dello studio PISA dimostrano che le scuole di Shanghai forniscono un’istruzione di qualità addirittura superiore a quella dei migliori tra I paesi OCSE. Insomma, una vera e propria rivoluzione culturale, questa volta pacifica.

Un’altra opinione diffusa è che se i cinesi si sono arricchiti, il loro sistema e modello di sviluppo ne ha fatto una società triste e senza benessere. Certa-mente, le periferie delle grandi città cinesi non fanno venire voglia di abban-donare Lugano o Zurigo. Tuttavia, non dimentichiamo che stiamo parlando di un paese con un livello di reddito medio tuttora medio-basso. Le inchieste condotte a livello internazionali sui livelli di soddisfazione nella popolazione rispetto alla propria esperienza di vita non rivelano che i cinesi siano special-mente infelici. Si prenda la popolare inchiesta Gallupp World Poll del 2009. Intanto, come è ormai stabilito in modo pressochè inconfutabile, tanto più un paese è ricco, quanto più i cittadini appaiono soddisfatti. Se si vuole trovare rispondenti felici, si cerchino in Scandinavia, Olanda o Svizzera, dove meno del 2% si dichiara profondamente insoddisfatto. In Cina, la proporzione che riporta livelli di insoddisfazione elevate sale al 14%. Si noti però che in Tur-chia tale proporzione è del 20% mentre in Russia ed India è del 21%, per non parlare della Bulgaria dove si sale al 36%. Insomma, se vogliamo prestare attenzione a queste inchieste -- che io stesso prendo cum grano salis -- la Cina non è un paese specialmente infelice, quando comparata al suo attuale livello di sviluppo economico.

Paradiso e nuovo modello economico? Certamente no. La crescita economi-ca cinese abusa delle risorse naturali, proprie e globali, nello stesso modo spregiudicato in cui si comportarono altri paesi in via di industrializzazione. Il sistema politico blindato appare sempre meno accettabile per un paese eco-nomicamente aperto che manda la propria future intellighentia a studiare all’estero, spesso con brillanti risultati. Ci sono poi interrogativi importanti sulle basi economiche del processo di crescita negli anni a venire. Su questo tornerò in un intervento futuro.

Tags: plusvalore, cina, cultura, sviluppo cinese, economia cinese

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