L'incontro del cinese Yang Jiechi con segretario generale del Partito comunista Nguyen Phu Trong ad Hanoi, 18 giugno 2014
L'incontro del cinese Yang Jiechi con segretario generale del Partito comunista Nguyen Phu Trong ad Hanoi, 18 giugno 2014 (Reuters)

Cina e Vietnam: divorzio o matrimonio di convenienza?

Rete Due, mercoledì 8 ottobre, 12:20

 

La protesta dei cittadini di Hong Kong contro la Cina domina l’attualità mediatica. Questo evento rappresenta per la Cina ed il Partito comunista la maggiore sfida politica dopo i tragici fatti sulla piazza Tiananmen nel 1989. Non è pero’ l’unica sfida in materia di politica estera: i ripetuti tentativi di espansione di Pechino nel mar Cinese Meridionale hanno infatti già provocato la viva reazione di alcuni paesi vicini, in primis il Vietnam, ma anche delle Filippine e del Giappone.

La reazione popolare vietnamita è stata particolarmente violenta nello scorso maggio, in seguito all’installazione cinese di una grossa piattaforma di esplorazione petrolifera e gas naturale nelle vicinanze delle isole Paracel. Il tutto a 130 miglia nautiche dalla zona costiera vietnamita, in acque marittime contese dai due paesi ma all’interno delle 200 miglia che delimitano le acque territoriali. Le susseguenti manifestazioni anti-cinesi e i numerosi atti di vandalismo in fabbriche e commerci di proprietà cinese hanno aumentato la tensione fra i due paesi e l’imbarazzo del Partito comunista vietnamita. Hanno reso pericolante lo status del Vietnam come centro di produzione globale e la sostenibilità dei suoi accordi con diverse imprese multinazionali estere. La violenza della protesta anti-cinese ha colto di sorpresa parecchi gruppi industriali importanti che avevano scommesso sulla stabilità politico-economica del Vietnam. La perdita di parecchie giornate lavorative, gli ingenti danni materiali ed i litigi giudiziari per il risarcimento dei danni hanno intaccato la reputazione del paese-Vietnam.

Le dinamiche delle numerose zone industriali create negli ultimi 15 anni dal governo vietnamita non sono sempre compatibili con le dinamiche esterne ed interne alle quali il Vietnam è sottoposto. Il paese è diventato un centro sempre piu’ interessante per delocalizzare all’estero le attività industriali piu’ intensive nell’utilizzo di manodopera ed alcune altre legate all’elettronica, tablets e cellulari. Recentemente l’aumento dei salari cinesi e l’instabilità politica registrata in Tailandia avevano ulteriormente migliorato l’attrattività e la competitività dell’economia vietnamita. Cosi, nel 2013 le esportazioni industriali erano aumentate del 15%, mentre le attività industriali rappresentavano il 17% del PIL nazionale.

A loro volta i parchi industriali danno lavoro a  2 milioni di persone e sono spesso localizzati ai margini dalle aree urbane. I lavoratori sono generalmente migranti rurali poco abituati alla realtà industriale moderna. Le loro difficoltà sono accentuate da salari medi di $ 200 mensili e dalle angherie alle quali vengono sottoposti dalle mafie locali che vogliono guadagnare sulla loro pelle. Comprensibile che si ribellino.

C’è chi considera cinicamente che per il governo vietnamita il conflitto marittimo costituisce una valvola di sicurezza per diminuire le pressioni dal basso di una popolazione maggiormente cosciente dei propri diritti. Ma la lezione delle recenti manifestazioni anti-cinesi è che le stesse possono trasformarsi in un boomerang per lo stesso governo. Il gigante cinese è infatti troppo potente e vicino perché il Vietnam possa sfidarlo sollecitando l’intervento di una corte internazionale. E difficilmente potrà instaurare relazioni diplomatiche e militari piu’ strette con gli Stati Uniti senza urtare la Cina.
Pietro Veglio

 

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