Credibilità della Politica Economica

di Fabrizio Zilibotti

Lo studio del problema della credibilità delle politiche macroeconomiche fu una delle motivazioni del premio Nobel dell’economia assegnato nel 2004 a Finn Kydland e Ed Prescott. I due economisti dimostarono che finanche in una società in cui non sussista alcun conflitto di interessi tra cittadini elettori e governi eletti, molte politiche economiche sono soggette ad un problema di inconsistenza temporale. Vale a dire, il governo vorrebbe annunciare ed ancorarsi a politiche che disciplinino i comportanti e le aspettative degli agenti economici cosi’ da indurre risultati economici efficienti. Tuttavia, una volta che
gli agenti economici hanno fatto le proprie scelte, il governo avrebbe la tentazione di rinnegare le politiche annunciate. Tale rinnegamento non è il frutto delle cattive intenzioni dei governi, ma anzi riflette l’interesse ed i desideri a posteriori degli elettori stessi.

Purtroppo, la conseguenza di questa tensione fra annunci e politiche effettive è che gli agenti economici finiscono razionalmente per non credere ed anzi ignorare gli annunci di politiche che sono soggette a tali inconsistenze temporali. Pertanto, quando si vuole delineare una strategia di politica economica, non è sufficiente valutarne l’efficienza. Occorre anche testarne la credibilità. La consapevolezza di questo problema è stata alla base di importanti riforme, tra cui l’adozione da parte di molti paesi del principio di indipendenza delle autorità monetarie dai ministeri del Tesoro.

La lezione di Kydland e Prescott è di grande attualità. Ci aiuta ad inquadrare la crisi del debito sovrano della Grecia, cosi’ come il “too big to fail” o le traversie di UBS. Da un punto di vista di teoria economica, sarebbe auspicabile che comportamenti irresponsabili di banche, imprese o governi fossero puniti dai mercati. La regola secondo cui chi sbaglia soccombe sarebbe un’ottima disciplina sui comportamenti di tali istituzioni. Ma qui entra in ballo il problema della credibilità. Lasciare che il mercato faccia piazza pulita puo’ avere effetti sociali enormi. Questo crea l’attesa che i governi interverranno nel momento del bisogno, distruggendo incentivi e disciplina exante. Inoltre, il problema di inconsistenza temporale non si esaurisce qui. Si potrebbe infatti pensare di condizionare il salvataggio al pagamento dei danni a crisi superata. Tuttavia, neppure questo è credibile. Passata l’emergenza, le grandi istituzioni si mobilitano, chiamano a difesa i propri partiti, corifei e
governi amici, ed insorgono contro interventi che a loro dire violerebbero la libertà di mercato, sarebbero inefficaci perchè facilmente aggirabili, o peggio ancora favorirebbero la concorrenza straniera minacciando il futuro della piazza finanziaria locale. E cosi’ via.

Se la soluzione del salvataggio senza contropartite è una ricetta sicura per il disastro, non è neppure utile insistere sul principio astratto che i governi dovrebbero astenersi dagli interventi di salvataggi. Tanto, in pratica, i governi saranno spinti dalle circostanze e dalla pressione dell’opinione pubblica ad intervenire per evitare i costi sociali del default.

La soluzione è allora quella di identificare politiche che generino comportamenti responsabili, essendo al contempo credibili. Gli unici interventi efficaci in tal senso sono a mio giudizio quelli che condizionino gli aiuti non a promesse future, ma ad una sospensione immediata della sovranità. Per essere concreti, i governi dovrebbero (ed avrebbero dovuto) astenersi dall’acquistare i titoli tossici delle banche in crisi a prezzi politici, ed acquistare invece pacchetti azionari consistenti di banche ed istituzioni in difficoltà, intervenendo per un tempo limitato nella governance. Similmente, l’aiuto a
paesi in situazioni come la Grecia dovrebbe imporre a tali paesi costi sostanziali inclusa una perdita temporanea di sovranità sulla politica economica. In entrambi i casi, si socializzerebbero non solo le perdite ma anche i benefici di un’eventuale ripresa, evitando che questi si concretizzino in nuove remunerazioni generose per gli insiders.

E’ una logica difficile da fare passare, e l’Europa sembra stia perdendo, o fors’anche avere già perso, i momenti piu’ propizi per imporre un cambiamento di rotta che renderebbe il futuro del sistema economico meno fragile.

Tags: plusvalore, politica economica

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