Il paradosso della produttività
Il paradosso della produttività (iStock)

Digitalizzazione, occupazione e remunerazione

La prossima crisi economica è programmata, di Sergio Rossi

Plusvalore
Lunedì 29 ottobre 2018 alle 12:20

Secondo uno studio della società di consulenza McKinsey pubblicato questo mese, il processo di digitalizzazione dell’economia svizzera comporterà la soppressione netta di circa 200'000 posti di lavoro, soprattutto nell’ambito del commercio al dettaglio, nel settore industriale e nelle attività finanziarie. Non si tratta certo del primo studio che è pessimista riguardo all’evoluzione dell’occupazione a seguito della cosiddetta “quarta rivoluzione industriale”, che si espande e accelera sempre più nell’economia globale.

Ciò che è interessante nello studio di McKinsey è l’osservazione che i nuovi posti che saranno creati grazie alla digitalizzazione delle attività economiche potranno essere occupati da persone con delle competenze diverse da quelle generalmente ottenute durante il loro percorso formativo. Saranno infatti richieste delle capacità emotive e di analisi critica, oltre a una evidente creatività anche laddove (nei servizi) è assente la dimensione fisica del prodotto.

Si tratta indubbiamente della maggior sfida cui sono confrontati gli istituti scolastici e le istituzioni accademiche in Svizzera e nel resto del mondo. La globalizzazione porta le imprese a produrre laddove il costo unitario del lavoro è minore, esercitando perciò una pressione al ribasso sui livelli salariali dei lavoratori mediamente qualificati o che hanno delle alte qualifiche ma nei rami di attività che hanno una forte disoccupazione involontaria.

La pretesa che le persone molto qualificate potranno ricevere degli stipendi maggiori grazie all’aumento della produttività, a seguito della digitalizzazione, si rivelerà presto una chimera: la finanziarizzazione delle attività economiche è tale per cui saranno gli utili aziendali, anziché i salari, ad aumentare con l’automazione della produzione e gli sviluppi dell’intelligenza artificiale, in particolare nel settore dei servizi. Gli unici salari che potranno aumentare – pur senza alcun legame con la meritocrazia – saranno gli stipendi della classe dirigente, soprattutto nelle grandi imprese transnazionali.

Non bisogna però essere un economista affermato per capire che l’aumento di questi stipendi, come l’aumento dei profitti, sarà dannoso per la crescita economica e quindi per l’occupazione.

Le persone che ricevono degli stipendi molto elevati, come i grandi “manager”, hanno una propensione al consumo inferiore a quella del ceto medio – che è il vero motore dell’economia. La maggior parte di questi stipendi sarà così parcheggiata nei mercati finanziari, senza alcuna ricaduta positiva nella cosiddetta economia “reale”. Anche gli utili delle imprese sono prevalentemente immessi in questi mercati, visto che esiste una domanda insufficiente nel mercato dei beni e servizi prodotti da queste imprese a seguito di una distribuzione dei redditi molto polarizzata verso l’alto della piramide sociale e senza alcun effetto di sgocciolamento verso il ceto medio.

La prossima crisi è quindi programmata ma non sarà un computer a poterla risolvere.

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