Il ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis e quello francese Michel Sapin a Parigi il 1. febbraio 2015
Il ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis e quello francese Michel Sapin a Parigi il 1. febbraio 2015 (Keystone)

Dopo la vittoria di Syriza

Fabrizio Zilibotti

 

La Grecia è tornata sul palcoscenico internazionale dopo la vittoria elettorale di Syriza. Politici ed economisti tedeschi cavalcano la frustrazione dell’opinione pubblica locale promettendo fuoco e fiamme contro ogni tentativo di ridiscutere i termini degli accordi con l’Unione Europea. Ci sarà un deus ex machina capace di risovere questa novella tragedia greca del ventunesimo secolo?

Nel dibattito si confrontano due posizioni all’apparenza irreconciliabili. Secondo i falchi, i debiti si pagano, punto e basta. Non si potrebbe tollerare ulteriormente l’inaffidabilità del sud dell’Europa. Si dovessero fare sconti alla Grecia, seguirebbero il Portogallo, l’Italia, la Spagna, la Francia, e addio riforme strutturali e ripresa economica.

Secondo le colombe, l’austerità è il problema, non la soluzione. Si ricorda inoltre ai tedeschi quel lontano 1953 quando un debito accumulato per ragioni men che nobili venne largamente condonato nella conferenza di Londra. Perchè i tedeschi rifiutano oggi quella solidarietà paneuropea che fu loro concessa in circostanze non meno controverse?

Le due posizioni si confrontano a colpi di propaganda. Ai falchi si potrebbe ricordare che parte di quel debito è stata contratta ad un premio di rischio che si rifletteva nel prezzo. Nell’aprile 2014 titoli greci a cinque anni di prima emis-sione si vendettero ad un tasso di interesse del 5%, mentre altrove titoli a basso rischio raccoglievano rendimenti negativi. Insomma, invocare imperativi categorici di tipo Kantiano sembra fuori luogo. Dal punto di vista economico, vale la pena ricordare che un debito eccessivo potrebbe ridurre anzichè favorire le riforme. Nel gergo, si parla di debt overhang: se i benefici della ripresa vanno perlopiu’ ai creditori, perchè mai la Grecia dovrebbe impegnarsi in politiche di lacrime e sangue?. Tanto vale aspettare fino a che il debito sia dichiarato insolvibile e cancellato. Infine, il sistema democratico, piaccia o meno, pone dei limiti ai sacrifici che si possono imporre ad un paese sovrano.

Per contro, alle colombe si potrebbe chiedere: si’ ma che cosa farebbe la Grecia se davvero cancellasse unilateralmente il proprio debito sovrano? Chi finanzierà i sontuousi piani di spesa che Syriza ha venduto ai propri elettori? Non l’Europa, non i mercati… se la Grecia uscisse dall’Euro ci si potrebbe provare stampando moneta. Le dubbie virtu’ dell’iperinflazione le ha conosciute la morente Jugoslavia degli anni 90, o piu’ di recente lo Zimbabwe di Mugabe. Non sono ricordi lieti.

Rimane la via del negoziato. Si ridiscutano gli interessi, le scadenze, e magari anche i livelli del debito greco – possibilmente legandoli alla crescita economica. E si continui il corso della responsabilità fiscale e delle riforme economiche, magari addolcendone i termini, e riconoscendo che di sacrifici la popo-lazione greca ne ha effettivamente sostenuti, come dimostra la disoccupazione al di sopra del 25%. Si aiuti inoltre il nuovo governo a costruire una capaci-tà fiscale facendola finita coi privilegi degli oligarchi. In cambio, Syriza dovra’ fare accettare ai propri elettori che le fantomatiche politiche di spesa ed investimenti erano solo promesse elettorali. Il pragmatismo è l’unica strada ragionevole, ma ma non sarà facile contenere l’onda del populismo. Non resta che sperare che la ripresa economica finalmente arrivi in Europa, magari con l’aiuto di Draghi, prima che la diga si rompa.

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