Economia circolare per una crescita lineare? (iStock)

Economia circolare per una crescita lineare?

di Barbara Antonioli Mantegazzini

Plusvalore
Mercoledì 05 dicembre 2018 alle 12:20

 

L’ultimo dato relativo alla produzione media annua di rifiuti in Svizzera parla di 24 milioni di tonnellate, circa 730 kg di spazzatura per abitante. Si tratta di un dato sicuramente importante, che ci colloca al primo posto nella classifica europea; fortunatamente, però, è controbilanciato dalla significativa quota di riciclo, pari al 54% circa. Ma non basta. La gestione dell’intera filiera dei rifiuti urbani, dalla produzione allo smaltimento, rappresenta un servizio di pubblica utilità di importanza cruciale per una gestione sostenibile dei processi produttivi e dei consumi domestici. In particolare, lo smaltimento è l’attività con maggiori ricadute di ordine ambientale, sociale ed economico - si tratta infatti della fase più costosa. Dopo anni e provvedimenti dedicati alla regolamentazione efficiente di questa fase della filiera, gli orientamenti più recenti sembrano puntare non tanto sull’adozione di tecnologie a ridotto impatto ambientale quanto sull’idea della riduzione preventiva della produzione di rifiuti. Usando le parole di UFAM – Ufficio Federale per l’Ambiente - occorre estendere ulteriormente l’idea di riciclo, indirizzando i consumatori verso il superamento della sostituzione immediata dei prodotti a favore del riutilizzo, secondo la logica dell’economia circolare. Si tratta di un nuovo modello di produzione basato su riciclo, riuso, riutilizzo, smaltimento ecologico nonché sull’utilizzo di tecnologie rinnovabili ed efficienti. In pratica, si estende il più possibile la vita utile del prodotto puntando poi a reinserirlo nel ciclo produttivo, eventualmente parzialmente modificato. Per fare qualche esempio, riprendiamo il dato di prima: di quei 24 milioni di tonnellate di rifiuti, ben più della metà – 65% - è rappresentato da rifiuti edili, perlopiù materiali di scavo o di sgombero. Proprio questi rifiuti si prestano ad essere riutilizzati come nuovo materiale edile. Lo Juventus Stadium di Torino è nato dal recupero e riutilizzo di materiale derivato dalla demolizione di strutture esistenti, così come era avvenuto nella stessa città per il Palaghiaccio. In America la stessa sede dell’Agenzia Protezione Ambiente è stata costruita con materiale riciclato. E ancora in Danimarca e Australia si contano esperienze simili. Se i vantaggi in termini ambientali sono immediatamente percepibili e ampiamente indagati, quelli per le aziende e più in generale per il settore produttivo appaiono più sfumati, ma non meno consistenti. Secondo uno studio di McKinsey e Ellen Mac Arthur Foundation un simile approccio potrebbe generare in Europa un aumento del 3% della produttività entro il 2030 e risparmi di costo per 600 miliardi di € anno. Le aziende potrebbero beneficiare di una minore dipendenza della risorse naturali o dall’importazione di materiali, dell’efficientamento dei costi e di una migliore immagine aziendale. A livello di paese, si segnalano importanti opportunità di crescita anche per la creazione di nuovi posti di lavoro di regola qualificati. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro stima che a livello globale la green economy dovrebbe creare da qui al 2030 quasi 24 milioni di nuovi posti di lavoro; di questi, ben 6 dipenderebbero dall’economia circolare. I rifiuti cessano quindi di essere tali diventando la base per nuovi modelli di business.

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