Un agente di polizia sorveglia una scuola nel centro di Bruxelles
Un agente di polizia sorveglia una scuola nel centro di Bruxelles (Reuters Pictures)

I sacrifici e i compromessi necessari per vincere la guerra al terrore

di Fabrizio Zilibotti

Plusvalore
Giovedì 26 novembre 2015 - 12:20

Di fronte all’emozione ed allo sgomento degli attentati di Parigi, la dimensione economica del problema della guerra al terrore parrebbe passare in secondo piano. Eppure, gran parte delle decisioni cruciali che abbiamo di fronte sono di natura economica. Quali e quante risorse devono essere investite nella prevenzione e capacità di intervento contro nuovi atti di terrorismo? Qual è il costo di una escalation militare nel Medio Oriente? Quali alleanze è utile e legittimo perseguire? Quali paesi decideranno di essere in prima fila, e quali seguiranno l’atteggiamento vile del governo spagnolo che ha prima offerto di rilevare le truppe francesi nel Sahel, e poi di fronte all’attacco terroristico nel Mali si è svergognatamente tirato indietro?

Da una parte vi è il rischio di una sindrome da impero romano in decadenza. Nonostante la ovvia superiorità tecnologica, l’occidente rischia di morire del proprio immobilismo. Siamo sempre meno capaci di affrontare i sacrifici necessari per difendere la nostra sicurezza ed i nostri valori. Dall’altra c’è il rischio, all’opposto, dell’attivismo a tutti i costi, come quello che spinse ad imbarcarsi in missioni improvvisate e senza prospettiva come l’intervento militare in Libia nel 2011.

Se l’isteria non è una buona consigliera, dobbiamo al tempo stesso dimostrare la forza morale ed il coraggio necessari per rispondere alla minaccia. Due cambiamenti sono urgenti. In primo luogo si deve rinunciare a feticci quali la sacralità del principio della libera circolazione delle persone. E’ necessario fare tesoro delle opportunità fornite dalle frontiere di monitorare i flussi migratori in un momento in cui questi portano rischi di infiltrazioni terroristiche. In secondo luogo, si devono accettare compromessi anche con i principi piu’ profondi delle nostre società. Di fronte ad una minaccia seria, occorre dare alle forze di sicurezza gli strumenti per attuare in modo efficace e certo, senza per questo attivare inutili cacce alle streghe.

Occorre poi mettere da parte tanto il buonismo semplicista quanto il populismo becero. Per buona pace di certa sinistra idealista, il problema del radicalismo religioso ha ben poco a che vedere con la marginalità sociale. Non è vero che l’ideologia terrorista sia il prodotto della povertà delle periferie urbane, cosi’ come non lo fu il terrorismo politico degli anni ’70. Una buona proporzione dei nuovi adepti dello Stato Islamico procede dalla classe media. Altri originano da situazioni di disagio individuale, non sociale. La realtà è che Daesh ha fatto leva sull’immaginario di una parte del mondo giovanile islamico, e che l’unica cura che puo’ funzionare nell’immediato è un la rimozione del focolaio dell’infezione. Non meno futile è l’argomento di chi sostiene che il problema si risolverebbe chiudendo le frontiere. E’ una proposizione nè fattibile nè inutile, dato che gran parte dei giovani radicali sono cittadini dei paesi europei.

Occorre infine sconfiggere militarmente Daesh. A tale fine, è necessario vincere le assurde resistenze e coordinare l’intervento con la Russia, riconoscendo l’ineluttabilità di un accordo che coinvolga tanto Assad e l’esercito siriano quanto i rappresentanti moderati della maggioranza sunnita. Nè l’abbattimento del caccia russo da parte di un paese NATO come la Turchia che aiuta i terroristi di Al-Nusra, nè le nuove sanzioni economiche degli Stati Uniti contro imprese russe attive in Siria, nè l’assenza di iniziativa autonoma dei leaders europei sono buoni auspici.

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