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Il ciclo di Kondratiev

di Fabrizio Zilibotti

Plusvalore
Giovedì 09 giugno 2016 - 12:20

Secondo l’ufficio statistico Eurostat, il prodotto interno lordo dell’Unione Europea è ritornato ai livelli del 2008. È interessante notare il parallelo tra i tempi di questa lenta ripresa e l’esperienza della Grande Crisi degli anni 30. Negli Stati Uniti ci vollero 7 anni perché l’economia ritornasse ai livelli del 1929.

In certa misura, la prova dei fatti ha deluso chi come me si aspettava un rimbalzo più rapido e cospicuo delle economie occidentali. La stessa prova dei fatti ha peraltro dato torto marcio a quegli economisti che, smettendo i panni degli scienziati, e mettendo quelli di apprendisti stregoni, hanno vaticinato a più riprese il secondo definitivo collasso dell’economia occidentale, nuove crisi finanziarie e quant’altro. D’altra parte non si può biasimare questi colleghi: hanno scovato un mercato in cui vendere a peso d’oro i propri servizi, presunti o reali. Attenzione mediatica, denaro, fama, Davos e quant’altro.

Ma lasciamo profeti e profezie e torniamo ai fatti. La crescita media su base annua si stabilizza intorno a un non folgorante 1.7%, mentre la crescita statunitense rallenta assestandosi intorno al 2%. Non è davvero un ritmo proprio di una locomotiva cha marcia a tutto vapore, in attesa di capire se gli americani vorranno davvero mettere il mondo nelle mani di un certo Donald Trump. Insomma, la grande ripresa non si vede, anche se il mondo non sembra essere entrato in quella fase di stagnazione secolare augurata da Larry Summers.

Piuttosto, i tempi che stiamo vivendo sono in linea con la teoria economica dell’economista sovietico Nikolai Kondratiev, secondo cui le economie industriali sarebbero soggette ad un’alternanza di periodi prolungati di bassa ed alta crescita. Le fasi di crescita forte originerebbero da rivoluzioni tecnologiche che a loro volta creerebbero nuovi settori industriali o dei servizi ad alta produttività. Poi però la spinta propulsiva si esaurisce, e si entra in un periodo di bassa crescita. Le idee di Kondratiev furono importate in occidente dal grande economista austriaco Joseph Schumpeter, e più recentemente formalizzate da economisti moderni quali Philippe Aghion, Elhanan Helpman e Peter Howitt.

Questa visione non può essere consolatoria, anzi lascia presagire che potremmo rimanere per anni a ricordare con nostalgia quel periodo tanto felice della storia economica che fu la seconda metà del 900. Con una crescita media intorno all’1.5% vi sarebbero poi paesi che permangono in una depressione prolungata, come l’Italia negli ultimi due decenni, e paesi che corrono, come la Svezia odierna che cresce ad un tasso superiore al 4%. Peraltro, senza politiche che limitino un’ulteriore esplosione della disuguaglianza, c’è il rischio che, in un regime di bassa crescita, gli standard di vita della maggior parte della popolazione restino al palo nutrendo frustrazione e mene populistiche.

Che fare allora? Gli Europei devono smettere di credere che la panacea sia legata a politiche macroeconomiche. Occorre investire in capitale umano ed innovazione per accelerare il ritorno della crescita sostenuta. Occorre anche saper prendere e promuovere rischi piuttosto che puntare su politiche che cerchino di azzerare il rischio ad ogni costo. Parlo qui di rischi tecnologici ed imprenditoriali, non di avventure politiche che fanno sognare paradisi perduti di purezza ed autarchia, queste sì foriere di disastri economici e sociali.

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