Gruppo di pensionati seduti sulle panchine del comune di Lugano
Gruppo di pensionati seduti sulle panchine del comune di Lugano (TiPress)

Il dilemma della riforma delle pensioni

di Fabrizio Zilibotti

Plusvalore
Giovedì 29 ottobre 2015 - 12:20

Le economie industrializzate devono fare fronte al problema di una popolazione che invecchia. Le dinamiche demografiche mettono a dura prova i sistemi previdenziali, specialmente pensioni e sanità. A domande di prestazioni che mantengano un elevato benessere sociale diffuso si contrappone la dura realtà di una quota crescente della popolazione che non lavora né produce, e che dipende da un gruppo sempre più sottile in età lavorativa.

La Svizzera ha uno dei sistemi pensionistici più invidiati tra i paesi occidentali. Ciononostante, neppure il sistema elvetico è finanziariamente sostenibile. È necessario o aumentare i contributi o ridurre le prestazioni. La riforma in discussione propone una significativa riduzione del tasso di conversione del secondo pilastro, un aumento relativamente modesto delle prestazioni del primo pilastro, ed un incremento dell’IVA per aumentare gli introiti. Cambiano inoltre le regole sull’età di giubilazione.

È una proposta ragionevole, anche se non modifica l’ambiguità concettuale dell’impianto del sistema elvetico. Esistono due principi su cui il sistema pensionistico puo’ essere fondato. Il primo è quello di un sistema di trasferimenti dove chi lavora viene tassato, ed i proventi vengono trasferiti ai pensionati. Questo sistema dà il meglio di sé quando la popolazione attiva e la produttività del lavoro crescono rapidamente, come nel secondo dopoguerra. Sfortunatamente, oggigiorno non siamo in un periodo favorevole in queste dimensioni. La virtù di questo principio è quella di assicurare i redditi degli individui o delle generazioni meno fortunate. È inoltre possibile disegnare le prestazioni in modo da creare redistribuzione tra pensionati ricchi e poveri. Il primo pilastro del sistema elvetico segue questo principio. Equilibrare tale sistema non è difficile, come dimostra la riforma svedese degli anni 90. Occorre aggiustare automaticamente le prestazioni al trend demografico, che è facilmente previsibile, ed alla crescita salariale, che è invece più incerta. Chi lavora in Svezia riceve ogni anno una previsione dei diritti pensionistici basata su diversi scenari di crescita. Il sistema è automaticamente in equilibrio, senza necessità di continue discussioni sui parametri.

L’altro principio è quello di un sistema pensionistico capitalizzato. Secondo tale concetto, i contributi dei lavoratori vengono investiti nei mercati finanziari o immobiliari, e rimangono assegnati a chi ha effettuato i risparmi nella forma di conti individuali. Questo tipo di pensione è, o perlomeno dovrebbe essere, automaticamente in equilibrio. Si tratta di fatto di un sistema di risparmi obbligatori. Cosi’ come accade per i normali fondi di investimento, quando il mercato va male, la ricchezza degli assicurati si riduce automaticamente senza creare problemi di capitalizzazione per le casse pensioni. Le pensioni professionali svizzere, o secondo pilastro, seguono in linea di principio questo modello, ma lo fanno in modo imperfetto. Tanto i rendimenti del capitale che i cosiddetti tassi di conversione vengono aggiustati politicamente al fine di mantenere stabilità nelle prestazioni. Si tenta di avere la botte piena e la moglie ubriaca, vale a dire i vantaggi di un sistema capitalizzato senza i suoi rischi. Sfortunatamente, non è possibile, è un po’ come cercare la quadratura del cerchio.

Quale sarebbe allora un sistema desiderabile? A mio giudizio si dovrebbe separare completamente i due pilastri. Per il primo pilastro, si consegua l’equilibrio automatico seguendo il modello della riforma svedese. Per il secondo pilastro, si passi ai rendimenti di mercato, lasciando anche maggiore libertà agli assicurati nella scelta della propria strategia di investimento. L’unica decisione politica resterebbe a quel punto la dimensione del primo pilastro, che rimarrebbe di fatto l’unico strumento di assicurazione sociale. Sarebbe una riforma più radicale di quella proposta da Berset, certamente più difficile da digerire nell’immediato, ma avrebbe la virtù di essere definitiva, e di chiudere per sempre le tensioni ed i costi legati a ripetute riforme del sistema previdenziale.

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