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Il prezzo del petrolio e i mercati in altalena

di Fabrizio Zilibotti

Plusvalore
Giovedì 18 febbraio 2016 - 12:20

 

L’andamento al ribasso del mercato azionario ha seguito negli ultimi mesi molto da vicino il prezzo del petrolio. Molti commentatori presentano tale correlazione come un fatto assolutamente naturale, quasi si trattasse di una regolarità economica nota agli esperti e agli addetti ai lavori. Eppure, a pensarci un momento, c’è qualcosa di sorprendente. Se il prezzo del petrolio scende, le imprese ed i consumatori risparmiano. I profitti delle imprese aumentano, e così pure il reddito disponibile delle famiglie. Certo, si può capire come le cose non vadano bene per paesi produttori quali la Norvegia. Ma per la maggior parte del mondo industrializzato parrebbe invece trattarsi di uno stimolo alla ripresa.

A mo’ di confronto, torniamo alla lontana crisi petrolifera degli anni 70, quando il cartello dei produttori OPEC ridusse la produzione di greggio, La conseguente impennata dei prezzi petroliferi si tradusse nella più importante crisi economica del secondo dopoguerra. In quella occasione la crisi pareva originare dalla crescita dei prezzi del greggio. E allora perché oggi la caduta del prezzo del petrolio dovrebbe essere foriera di cattive conseguenze?

La prima osservazione è che il prezzo del petrolio non è una variabile indipendente, ma è determinato dall’offerta e dalla domanda. La quantità offerta di petrolio aumenta all’aumentare del prezzo; la domanda del petrolio si reduce all’aumentare del prezzo. Il prezzo di mercato è determinato dal punto di incontro delle curve di domanda e di offerta. La fine dell’embargo contro l’Iran è uno shock positivo dal lato offerta che aumenta la produzione e riduce il prezzo beneficiando i paesi consumatori. Dunque questo shock di offerta non spiega I ribassi dei mercati azionari.

Tuttavia, le fluttuazioni dei prezzi del petrolio rispondono anche a shocks di domanda internazionale: se la crescita economica della Cina si reduce, o se l’economia cinese si sposta dal settore manifatturiero a quello dei servizi che domanda meno energia, il prezzo del petrolio cade. Le economie industrializzate non soffrono direttamente per la caduta del prezzo del petrolio, ma piuttosto per la riduzione della domanda cinese che ne è causa.

Un altro fattore che contribuisce a spiegare l’andamento dei mercati è la risposta dei grandi fondi sovrani controllati dei paesi produttori. La riduzione degli introiti petroliferi induce tali paesi a liquidare titoli azionari detenuti nel loro portafogli provocando un eccesso di offerta di azioni ed una caduta del loro prezzo. C’è legame col petrolio, ma è indiretto.

Vi è poi un fattore di rischio legato specificamente alle imprese del settore energetico. I mercati vedono caderne a picco la profittabilità, e temono che la solvibilità finanziaria di queste grandi imprese venga meno, creando effetti a catena come quelli che si osservarono nel 2008.

Infine, non si possono escludere bolle speculativi che vanno al di là dei fattori fondamentali, rendendo i mercati iperattivi. Il prezzo del petrolio potrebbe in parte essere un catalizzatore, ovvero fungere da meccanismo di coordinamento delle aspettative. Insomma, la teoria economica può aiutarci a capire la volatilità e le pressioni al ribasso. Invece, per capire le altalene giornaliere dei mercati finanziari ci vuole la sfera di cristallo.

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