Soldati ucraini nella strada tra Dabeltseve e Artemivsk, 14 febbraio 2015
Soldati ucraini nella strada tra Dabeltseve e Artemivsk, 14 febbraio 2015 (Keystone)

Il vicolo cieco della confrontazione con la Russia

di Fabrizio Zilibotti

 

La tregua siglata a Minsk la settimana scorsa per porre fine ai combattimenti nell’Ucraina orientale si sta rivelando tanto fragile quanto le sue deboli premesse lasciavano presagire. Con l’appoggio delle minacce occidentali, Kiev ha cercato di guadagnare tempo scongiurando il rischio di una disfatta militare a tutto campo. Tuttavia, le sue forze allo sbando hanno perso il controllo del saliente strategico di Dobaltsevo, arrendendosi o ritirandosi. La Russia ha mostrato di non ritenere credibili le minacce occidentali. In mancanza di progressi verso un accordo politico, Mosca sceglie di far valere la supremazia militare dei separatisti sul campo.

L’Unione Europea afferma, a parole, che la soluzione del conflitto in Ucraina puo' solo essere di natura politica, e non militare. D’altra parte, continua a rinunciare ad un ruolo di mediazione, appiattendosi sull’oltranzismo di Londra e Washington. In un paese ormai insanabilmente diviso tra le popolazioni russofone dell’est e quelle filo-occidentali dell’ovest, Merkel e Hollande continuano a brandire il principio dell'unitá territoriale dell’Ucraina. E’ un principio che fa a pugni con quello dell’autodeterminazione dei popoli che fu invece invocato nel conflitto dei Balcani negli anni 90. L’unica logica è quella della Realpolitik. Se per gli Stati Uniti, è importante affermare il proprio ruolo di unica superpotenza mondiale, è molto piu’ difficile capire che cosa l’Europa possa guadagnare dall’escalation di una nuova guerra fredda con la Russia.

Tale escalation ha giá creato danni economici ingenti che gravano sulle prospettive di ripresa economica in Europa. Non meno severi sono i costi di lungo periodo. A causa del conflitto e delle sanzioni economiche, si abbandonano progetti, come l’oleodotto South Stream, che avrebbero portato all'Europa energia pulita a basso costo, riducendone la dipendenza da paesi produttori di petrolio di dubbia affidabilità e stabilitá politica. Anche se non si arrivasse ad un aperto conflitto militare, il conto economico della guerra fredda sarebbe salato, e verrebbe pagato interamente dall'Europa, non certo dagli Stati Uniti o dal Regno Unito.

L'opinione pubblica segue preoccupata l'evoluzione degli eventi. Si moltiplicano le voci critiche, da Helmut Kohl a Nicolas Sarkozy, ai partiti di opposizione francesi ed italiani. I governi di paesi come la Grecia e l’Ungheria dissentono apertamente dalla linea ufficiale. Lo stesso governo italiano preferirebbe dirottare le energie investite nell’avventura ucraina verso la situazione esplosiva che si sta creando nelle vicine coste nordafricane. Per parte sua, la Russia scommette sulla ben nota capacità della sua popolazione di fare fronte alle difficoltà economiche. L’uso incontrollato delle sanzioni economiche si sta rivelando controproducente. Invece di creare opposizione, ha eroso l’influenza delle lobbies interessate economicamente ad indurre alla moderazione la leadership politico-militare russa. La popolarità di Putin è alle stelle.

Torna alla mente la vigilia di quella grande guerra che inizio' poco piu' di un secolo fa, quasi per caso. Nessuno prese sul serio, all’inizio, quello strano conflitto originato in angolo dei Balcani. Eppure la guerra duro' quattro lunghi anni, causando la morte di oltre 16 milioni di persone, e ponendo fine ad uno dei periodi di pace piu' lunghi nella storia europea.

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