Istituzioni deboli e cattivi consigli

di Fabrizio Zilibotti

È difficile non collegare la crescente crisi dell'Eurozona di queste settimane con i cattivi consigli che si sono uditi a vario titolo nel corso dei mesi scorsi. Trattisi di giornalisti, politici interessati, o premi Nobel, è troppo semplice prendersela ora con la natura dell'unità monetaria europea come fa Paul Krugman. Questa istituzione ha dato finora ottimi risultati in termini di stabilità monetaria ed economica. Certo, non è con alchimie di carattere monetario che si risolvono problemi strutturali. Pertanto, l'Unione monetaria non è la panacea a tutti i mali. Tuttavia è quando paesi membri si abbandonano a politiche fiscali irresponsabili che la costruzione entra in difficoltà.
La forza dell'Unione monetaria è la percezione da parte dei mercati di una sua intrinseca indissolubilità. Ma questo presupposto non è assoluto. Che cosa succederebbe per esempio se il governo greco abbandonasse l'Euro e ritornasse alla Dracma, svalutandone la parità e convertisse i titoli di stato denominati in Euro in titoli in Dracme? Secondo il commento dello stimato collega Roberto Perotti sul Sole 24 Ore di martedì scorso, il default sul debito greco in questa od altra forma non sarebbe una tragedia. Il debito pubblico greco è di 240 miliardi di Euro, di cui ¾ in mano di investitori esteri. Si tratterebbe tutto sommato di cifre limitate. Certo, il vantaggio di evitare il bail out della Grecia sarebbe quello di dare una lezione di credibilità. Tuttavia, sono meno ottimista di Roberto sullo scenario che si apparirebbe. Il rischio è che nella percezione dei mercati l'Unione Monetaria venga declassata ad un Sistema Monetario come quello che esisteva ai tempi dello SME. Di fatto l'Euro diventerebbe un sistema di parità con le vecchie valute nell'ombra in caso di crisi locale. Tornano alla memoria gli attacchi speculativi di cui furono vittime la Sterlina e la Lira negli anni 90. Insomma, è comprensibile che le autorità monetarie europee guardino con grande preoccupazione a questo scenario. Si ha l'impressione che il governo greco capisca bene la situazione e cerchi di approfittare dell'ineluttabilità del bail out per negoziare da una posizione di forza le condizioni. Che senso avrebbe altrimenti la aperta resistenza ad intraprendere le misure necessarie di tagli alla spesa?
Che cosa ci possiamo aspettare? La soluzione più probabile è quella di un intervento guidato dalla Germania che tamponi la crisi. Purtroppo, questo vuole dire che la logica di salvataggio si estenderebbe pericolosamente dalle grandi istituzioni finanziarie private ai governi nazionali, creando un pessimo precedente ed una perdita ulteriore di strumenti per intervenire in futuro. L'altra possibilità è quella di una guerra di attrito nella quale Grecia ed Unione Europea cerchino di affermare una posizione negoziale forte, portando al de-terioramento progressivo della crisi. Questa è già in atto: Il costo di assicurare il debito greco nei mercati di credit default swap è cresciuto a dismisura. È troppo facile attribuire questa apprensione all’irrazionalità del mercato e prendersela con speculatori maligni, come sembra invece fare il portavoce dei ministri finanziari dell'eurozona Juncker.
Certo, la costruzione monetaria europea in un quadro di coordinamento debole delle politiche fiscali è strutturalmente fragile. Ma se il tetto è di cristallo, non si può scusare chi vi ha lanciato sopra pietre per mesi. L'idea che tutto si possa risolvere con un ritorno al Keynesianismo spicciolo in cui i vincoli di bilancio intertemporale spariscono sta dimostrando il suo fallimento. L'efficacia delle politiche macroeconomiche di spesa è limitata e un uso spropositato del debito rischia di protrarre ed aggravare la crisi. Ci sono segnali che i mercati sono sempre più restii ad assorbire i titoli di debito pubblico, non solo in Grecia, ma anche negli Stati Uniti. La domanda estera di buoni del tesoro americano è caduta drasticamente in Dicembre, con la Cina che sembra sempre più determinata a riposizionare il proprio portafogli. Insomma, ci aspetta un periodo di pressione sui tassi di interesse, e presto forse anche una ripresa dell'inflazione.
In questo contesto, se la prudenza della politica fiscale elvetica paga i suoi frutti, le tensioni valutarie nell'area Euro non possono che creare preoccupazione in Svizzera. C'è il rischio di una rivalutazione del Franco rispetto all'Euro che farebbe male alle esportazioni. Se poi le tensioni all'interno dell'area Euro dovessero esplodere, una nuova caduta della domanda internazionale allontanerebbe i tempi della ripresa.

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