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L’anno che verrà

di Fabrizio Zilibotti

Plusvalore
Giovedì 21 gennaio 2016 - 12:20

I mercati hanno iniziato in modo a dir poco turbolento, anche se la volatilità registrata nei mesi precedenti invita alla prudenza. Molto più preoccupanti sono i segnali sull’andamento della crescita mondiale. La ripresa degli Stati Uniti veniva data come un fatto acquisito e stabile, e molti si attendevano la diffusione degli effetti positivi sul resto dell’economia mondiale. La FED, la Banca Centrale degli Stati Uniti, aveva aumentato i tassi di interesse appena un mese fa sulla base di una lettura della situazione eccessivamente indulgente. Nel documento che motiva la propria scelta, il comitato di politica monetaria della FED affermava che la solidità della ripresa economica era testimoniata dalla crescita di consumi ed investimenti, così come da un’espansione sostenuta dell’occupazione. La crescita dei tassi di interesse veniva presentata come una necessità per evitare un surriscaldamento dell’economia americana. Tuttavia, la teoria economica suggerisce che la politica monetaria debba occuparsi prima di tutto dell’inflazione. Dato che l’obiettivo della FED è un tasso di inflazione annua del 2%, e che questo è ben al di sopra dell’inflazione osservata nei dati, viene da chiedersi perché mai alzare i tassi. La risposta della FED sta nell’enigmatica asserzione secondo cui le aspettative inflazionistiche di medio termine avrebbero ecceduto il due per cento non appena fossero svaniti gli effetti della diminuzione transitoria dei prezzi dell’energia e dei prodotti di importazione.

La realtà dell’ultimo mese sembra avere smentito queste rosee previsioni. La produzione industriale Americana è caduta in dicembre, così come le vendite all’ingrosso ed i prezzi alla produzione. Il petrolio è in caduta libera, l’aspettativa di un aumento dell’inflazione sembra una chimera. Il rallentamento dei mercati emergenti, specialmente la Cina, continua, ed un’inversione di tendenza nell’anno in corso sembra impensabile. Insomma, Janet Yellen ed i propri collaboratori sembrano aver letto in modo inadeguato e confuso la situazione economica. Paradossalmente, la Yellen è note per le sue posizioni liberal ed espansioniste in politica monetaria. L’impressione è che sia rimasta vittima dell’ossessione di essere percepita dai mercati come una colomba, e che si sia mossa con un eccesso di anticipo e precauzione. Altrettanto nociva, in Europa, continua ad essere la pressione tedesca contro l’adozione di politiche monetarie espansive non-tradizionali come l’allegerimento quantitativo di Draghi.

Per la Svizzera, la situazione è problematica due volte. Da una parte l’economia viene da un anno di vacche magre dovuto principalmente all’eccessiva valutazione del Franco. Dall’altra, i venti di recessione e la volatilità dei mercati azionari rischiano di portare un nuovo impeto nella domanda di Franchi, mettendo sotto pressione il tasso di cambio nella direzione sbagliata. La Segreteria di Stato dell’Economia, SECO, prevede una moderata ripresa nel 2016 con una crescita nell’ordine dell’1.5%. Francamente, mi è difficile condividere tale ottimismo per quanto moderato. Insomma, buon anno, sperando che alla fine la realtà sia più tenera delle mie aspettative.

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