Una delle campagne elettorali in Ticino
Una delle campagne elettorali in Ticino (TiPress)

L’invocata trasparenza

di Silvano Toppi

 

Quando si assiste a insediamenti, discorsetti, dichiarazioni d’intenti, festicciole che sono il coronamento di una lunga campagna elettorale, la tentazione è forte di dire: passata la festa, gabbato lo santo. Forse perché ci si lascia  avvolgere dal clima scettico nei confronti di politica e politici.  O perché  chiusa una campagna se ne sta già aprendo un'altra per le Camere federali e si ha poco voglia di ricominciare. Bisogna arrendersi: la politica contemporanea è dominata dalle strategie del marketing, che un tempo veniva chiamato retorica o sofistica o arte della persuasione. I grandi politici sono sempre stati a loro modo dei grandi piazzisti. Il punto è che non erano solo quello.

Concediamo quindi che il marketing politico non sia da esorcizzare e sia ormai strumento della democrazia con cui fare i conti. Il fatto è che i conti non si vogliono fare. Anche a chi, di malavoglia, ha dovuto dare un’occhiata furtiva ai chilometri quadrati di manifesti disseminati lungo le strade per convincere i cittadini con sorrisi impossibili, acconciature angeliche, ammucchiate grottesche, slogan che promettono l’impossibile, si sarà accorto che da una campagna elettorale all’altra, cantonale, federale, comunale, si ingoiano milioni di franchi, con una accelerazione  che sembra quella di una macchina in folle. Ad ogni esperienza elettorale le domande rimangono: chi finanzia? Se altri finanziano, privati o gruppi, chi sono o quali saranno le controprestazioni che chiederanno? Sta ormai dominando come altrove (Stati Uniti, ad esempio) l’equazione: praticabilità della democrazia=più disponibilità di soldi=più visibilità e apparenza?

Chiederselo a festa passata sembra perdita di tempo, santo gabbato. Ma il problema del finanziamento dei partiti è stato più volte posto, sia in sede cantonale sia in sede federale. Ogni volta con fughe per la tangente o con l’immancabile promessa: occorre trasparenza.  Trasparenza, parola che torna per il finanziamento dei partiti, ed è tornata anche per le lobby parlamentari che manovrano, persino a danno della Svizzera, per le varie campagne elettorali  con iniziative e referendum che sono  più strumenti di propaganda partitica di chi ha i soldi che di qualità democratica, per ridare una verginità alle banche, per assolvere le  multinazionali delle materie prime,  per giustificare il fisco generoso solo per alcuni.

Quando si va al concreto o si vuole il  “redde rationem”, la trasparenza è allora seppellita  con formula elvetica: ci vuole un apparato burocratico eccessivo, ci saranno costi enormi, non si eliminerebbero comunque le poche pecore nere. Perché le pecore nere sono sempre poche.  Conta la responsabilità individuale (è vero, qualche impiegato può sgarrare), conta  l’autoregolamentazione (noi abbiamo l’etica incorporata). Salta fuori che gli unici a non crederci e a guadagnarci sono sempre  gli Stati Uniti, che  castigano gli elvetici con multe miliardarie. Questa volta si  presuppone che a pagare dovrebbero essere gli azionisti, ma non è vero, ci guadagnano persino.  Certamente il fisco che non incassa. Quindi tutti noi.

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