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La Confederazione dell’Euro

di Vincenzo Galasso

Plusvalore
Venerdì 21 dicembre 2018 alle 12:20

Il 1° gennaio 2019, l’EURO compie vent’anni. Beato lui! Vent’anni fa, in undici paesi Europei, i prezzi dei beni in vendita nei supermercati iniziarono ad essere espressi anche in Euro. Per la circolazione di monete e banconote, bisognò aspettare il 2001.

È tempo quindi di valutazioni – sull’Euro come moneta, ma anche come progetto europeo.

Ci sono pochi dubbi che oggi l’Euro rappresenti una delle monete più solide in circolazione – seconda solo al dollaro come valuta in cui sono denominate le riserve estere delle banche centrali. Del resto si tratta della valuta della seconda area economica al mondo, che produce più di un quinto del Prodotto Interno Lordo mondiale.

Qualche dubbio può suscitarlo invece il progetto europeo. Sergio Rossi – nel suo plusvalore del 10 dicembre – ne soleva diversi. Secondo Rossi, l’adozione dell’Euro fu antidemocratica. Inoltre, l’abbandono della sovranità monetaria nazionale ed i vincoli di bilancio europei stanno stritolando le economie dell’Eurozona. Vista da Milano, potrebbe sembrare una critica un po' elvetico-centrica. Nella maggior parte delle democrazie occidentali, infatti, le decisioni sui trattati internazionali e sulla politica fiscale spettano ai Parlamenti eletti – non necessariamente al popolo tramite referendum. Si chiama democrazia rappresentativa.

Ma in realtà, le critiche di Rossi coincidono in larga misura con quelle del ministro italiano per gli affari europei, Paolo Savona. Savona attribuisce all’Euro: scarsa crescita economica, pochi investimenti pubblici e l’assenza di una politica monetaria che riduca gli spread tra i rendimenti dei titoli pubblici dei diversi paesi.

Sicuramente il progetto Euro ha dei limiti e va migliorato. Ma queste critiche – numeri alla mano – sono un po' ingiuste.

Partiamo dalla crescita economica. Dal 1998 al 2007, l’Eurozona è cresciuta in media dell’1,4%. Sicuramente, alcuni paesi Europei non nell’Eurozona sono cresciuti un po' di più: la Svezia del 2,4%, la Norvegia dell’1,7%. Altri meno: la Danimarca dell’1,2%. Dunque i paesi dell’Eurozona crescono in media come gli altri paesi Europei, ma pagano la scarsa performance di Grecia, Italia e Portogallo.

E gli investimenti pubblici? In questi vent’anni, la percentuale di investimenti pubblici sul PIL è stata attorno al 3% -- dunque non trascurabile. Il problema è nella composizione degli investimenti pubblici e privati. Alcuni paesi, come la Germania, hanno investito soprattutto in R&S ed in tecnologie. Altri, come l’Italia, in costruzioni. Ma queste scelte non sono dettate dall’Europa, bensì dai politici nazionali.

Ciò che è sicuramente mancato nell’Eurozona durante la recente crisi economica è stata la possibilità di attuare politiche fiscali espansive. Sono mancati anche strumenti per risolvere le crisi di sistema che coinvolgono gli stati membri ed il settore bancario. Tuttavia dotarsi di questi strumenti richiede più integrazione europea – non meno. Una proposta è la creazione di un’unione fiscale che consenta l’emissione di titoli di debito pubblico europeo per finanziare situazioni di emergenza. Paradossalmente, una maggior integrazione potrebbe portare l’Eurozona in un territorio conosciuto: tante lingue, una moneta unica, un Parlamento federale e tanti parlamenti nazionali, un bilancio federale e tanti bilanci nazionali. Tutti rigorosamente in ordine, perché il settore pubblico non può né deve essere svincolato dell’equilibrio di bilancio. E magari a quel punto l’Eurozona potrebbe anche pensare di concedersi i referendum popolari.

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