La crescita svedese

di Fabrizio Zilibotti

A partire dalla fine del 2009, il prodotto interno lordo della Svezia cresce ad un tasso annuo superiore al 6%. Nonostante un certo rallentamento nell’ultimo trimestre dovuto alle rinnovate difficoltà dell’economia statunitense e dell’area Euro, le prospettive economiche del paese scandinavo sono ben più rosee di quelle del resto della Unione Europea. La Svezia propone un’importante lezione, perchè la risposta del governo di questo paese alla crisi è stata ben diversa da quella di altri paesi europei.
Il fattore chiave è stata la prudenza nella gestione macroeconomica e l’adesione ad un sistema di regole che hanno sostenuto la credibilità dell’azione di governo. La Svezia, così come gli altri paesi scandinavi, ha una bassa propensione all’indebitamento. Il rapporto odierno tra debito e PIL é inferiore al 40%, quando la media dell’area dell’Euro è dell’85% e quella degli Stati Uniti supera il 90%. Se si considera la struttura del sistema pensionistico, che è tra le più bilanciate in Europa, il divario tra la Svezia ed Eurolandia in termini nell’onere che grava sulle generazioni future è ancora maggiore. L’avversione all’indebitamento ha radici profonde nella tradizione dei governi socialdemocratici degli anni passati. Lo stato del benessere è stato sostenuto da un’imposizione elevata, piuttosto che dall’indebitamento pubblico. Nel corso degli anni 70 e 90 i governi conservatori di Thorbjörn Fälldin e Carl Bildt si discostarono dalla linea di rigore fiscale. Tocco’ ai successivi governi socialdemocratici riaggiustare il bilancio pubblico. Questa volta, l’alleanza di centro-destra al governo dal 2006 ha imparato dagli errori del passato e non si è lasciata ammaliare dalla retorica dell’irresponsabilità fiscale che ha pervaso l’Europa nel 2009. Il giovane ministro economico della coalizione Anders Borg – a suo tempo mio studente nel programma di dottorato a Stoccolma – ha optato per la continuazione dei sani principi di finanza pubblica, anche a costo di disattendere i desideri di riforma fiscale di parte del proprio elettorato. Il sistema svedese si basa su un pilastro concettuale chiaro: generosità negli aiuti alle famiglie colpite dalla crisi attraverso un sistema generoso di sussidi alla disoccupazione e di altri ammortizzatori sociali. Questi ammortizzatori, insieme ai programmi di riqualificazione professionale dei disoccupati, rendono la transizione tra occupazione e disoccupazione meno traumatica dal punto di vista sociale. Vengono tutelate le persone, ma non le imprese ed i posti di lavoro. Queste vengono lasciate ai principi della concorrenza di mercato, senza creare barriere all’entrata o all’uscita che i vari salvataggi pubblici amplificano. Ne sa qualcosa Saab, bandiera dell’industria automobilistica svedese, che ha dovuto far fronte senza aiuti esterni ad una crisi che tuttora ne minaccia l’esistenza. Nel cuore della crisi, questa politica puo’ avere approfondito l’impatto della crisi. Tuttavia, ha garantito alla Svezia una capacità di ripresa rapida, senza l’onere di una finanza pubblica dissestata. Questo ha permesso al governo di evitare di tagliare spesa nei settori che garantiscono il successo nel lungo periodo, quali la ricerca e l’educazione. Si confronti questo con la poca lungimiranza dei governi italiano e spagnolo nelle politiche educative, per esempio.
Gli altri paesi nordici hanno avuto esperienze simili. In questa luce, non è difficile capire l’ostilità dell’opinione pubblica finlandese a pagare per l’irresponsabiltà fiscale altrui.
La lezione non è nuova. Come già si era visto negli anni 70 e 80, il potere della politiche macroeconomiche di domanda è limitato, ed il loro costo futuro molto
elevato. Le facili politiche keynesiane descritte nei vecchi libri di testo degli anni ’60 sono un’illusione, squalificata non solo dalla teoria economica, ma soprattutto dall’esperienza. Non hanno poteri taumaturgici, e ritardano o mortificano la ripresa rendendola fragile ed instabile. Tra i danni collaterali, non sempre secondari, portano le politiche di aggiustamento lacrime-e-sangue e i vari Tea parties.

Tags: plusvalore, crescita svedese

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