La nuova “Via della Seta” cinese (iStock)

La nuova "Via della Seta" cinese

di Pietro Vegli

Plusvalore
Mercoledì 05 settembre 2018 alle 12:20

 

La Cina stà investendo miliardi di dollari per realizzare la nuova “Via della Seta” terrestre e marittima che la congiunga all’Europa e all’Africa, transitando dall’Asia centrale e Medio Oriente. Con costi monumentali oscillanti fra i 500-8'000 miliardi di dollari, a dipendenza dell’inclusione di progetti di infrastruttura in altre aree geografiche. Conosciuta come Belt and Road Initiative (BRI), la stessa concretizzerebbe la visione geopolitica futura della nuova Cina. Un’iniziativa politico-economica colossale che per alcuni annuncia la nascita di un nuovo impero e, parallelamente, il declino di quello americano.

Quest’ultima affermazione riflette i sogni di alcuni osservatori piuttosto che la realtà economica. E’ vero che l’infrastruttura pubblica degli Stati Uniti è sorpassata e indicativa di un declino relativo. Ma è altrettanto vero che, a dieci anni dalla crisi finanziaria 2007-2008, il dollaro americano ha rafforzato la propria posizione dominante nel sistema monetario internazionale. Infatti oggi le banche centrali di un congiunto di paesi rappresentanti il 70% del PIL mondiale (contro il 60% nel 2000) ancorano le loro valute nazionali a riserve monetarie in dollari americani. L’accettazione della valuta cinese sui mercati internazionali non è quindi lontanamente comparabile a quello del dollaro. Cina che si è anche ben guardata dal vendere l’enorme stock di buoni del Tesoro americano acquistati grazie al surplus generato dalle eccedenze della propria bilancia commerciale.     

Un aspetto critico della BRI è la mancanza di trasparenza sulle finalità reali di alcuni mega-progetti di infrastruttura finanziati. Inchieste giornalistiche del New York Times e di alcuni governi o gruppi di opposizione sospettano che la Cina utilizzi alcuni dei suoi insediamenti territoriali e investimenti all’estero  per perseguire obiettivi militari, influenzare l’operato di governi stranieri, oppure intralciare le attività politiche dell’opposizione agli stessi. Recentemente il nuovo leader della Malaysia ha bloccato l’esecuzione di due mega-progetti per la costruzione di una nuova linea ferroviaria e nuovi gasdotti per un totale di 22,5 miliardi di dollari. Le ragioni? Costi fuori controllo, sospetti di bustarelle versate a membri e funzionari del precedente governo e dubbia giustificazione economica. Un altro esempio concerne la Cambogia dove l’opposizione al governo denuncia un’intromissione cinese nella recente campagna elettorale.

La BRI è inoltre stata accusata di provocare l’indebitamento eccessivo di vari paesi in sviluppo. Cosi’ il Pakistan, fortemente indebitato nei confronti della Cina, è ora costretto a rivolgersi al Fondo monetario internazionale per risanare le proprie finanze pubbliche disastrate. E il governo dello Sri Lanka, impossibilitato a ripagare il debito contratto per costruire un nuovo porto sovra-dimensionato a Hambantota, è stato costretto a trasferirne la proprietà e la gestione ad un’entità cinese. 

Il tallone d’Achille della BRI è la debole sostenibilità economico-finanziaria, ambientale e sociale di alcuni mega-progetti finanziati. Siccome la BRI vuole aprirsi ai co-finanziamenti internazionali c’è da sperare che il tema centrale della sostenibilità verrà analizzato seriamente con i partner cinesi dagli enti finanziari pubblici e privati occidentali.   

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