La primavera italiana

di Fabrizio Zilibotti

Un tempo si associava all’Italia all’idea di miracolo economico. Oggi, dopo gli anni bui del bunga bunga, è forse prematuro ripescare il concetto di miracolo. Tuttavia, l’Italia è il fatto nuovo che ha arginato, almeno per ora, il collasso dell’Unione Europea.
Il governo Monti si è mosso con accortezza, dimostrando che l’intelligenza è una virtù superiore a quella dell’esperienza politica consumata. Il primo intervento, quello sulle pensioni, è stato rapido ed efficace, ma non poteva essere il colpo risolutivo. Tuttavia, ha inviato un segnale chiaro ai mercati, che è stato poi rafforzato immensamente dalla reazione dell’opinione pubblica, che ha mostrato di capire ed apprezzare, con un inaspettato senso civico, l’operazione in corso.
Ora il governo è passato alla seconda fase. Ha aperto tre fronti: la liberalizzazione delle professioni, il mercato del lavoro e la lotta all’evasione fiscale. Si tratta di riforme strutturali ben più importanti delle facili quanto futili manovre macroeconomiche espansive che taluni invocano.
Quella delle liberalizzazioni è una win-win policy. L’argomento economico secondo cui occorre rimuovere barriere all’entrata in attività come quelle di notai, farmacisti e taxisti è tanto ovvio e semplice, che l’unica opposizione che si puo’ comprendere è quella dei gruppi i cui interessi vengono intaccati. Le barriere e le regolamentazioni non necessarie creano una pressione verso l’alto dei prezzi, una riduzione della quantità di servizi erogata, ed una minore occupazione. È incoraggiante osservare che le proteste e le urla di questo o quel gruppo sono rimaste isolate se non discreditate presso l’opinione pubblica, e finanche quasi ignorate dagli stessi partiti politici. Tale isolamento ha già il sapore di una sconfitta per i pochi che difendono con le unghie e coi denti privilegi di casta.
L’introduzione di maggiore flessibilità nel mercato del lavoro è un argomento più spinoso. Si tratta di provvedimenti che hanno effetti sia sull’efficienza, sia sul potere negoziale delle due parti, lavoratori ed imprese. Non si possono chiedere ai lavoratori ed ai sindacati sacrifici unilaterali senza contropartite. D’altra parte, il sindacato deve capire che la tutela della dignità e diritti dei lavoratori non può affidarsi a strumenti introdotti quarant’anni or sono. Il mercato del lavoro odierno richiede maggiore mobilità e dinamismo e quelle istituzioni sono divantate inadeguate. Il costo viene pagato in larga parte dai giovani che vengono spinti nel precariato selvaggio o nella disoccupazione. Occorre pertanto aprire una discussione senza preclusioni che porti ad un livello equo ed omogeneo di protezione e flessibilità, anche facendo leva su strumenti di ammortizzazione sociale – come i sussidi di disoccupazione - che favoriscano invece di mortificare la mobilità. È importante che questa riforma venga fatta da un governo legittimato e dotato della giusta sensibilità verso i principi di equità sociale.
Tale legittimità viene rafforzata dalla serietà con cui il governo appare intenzionato a muoversi sul terzo fronte. La sensazione, fino ad oggi, era che la lotta all’evasione fosse il “rifugium peccatorum”, lo slogan di chi invocava il
libro dei sogni per evitare altre riforme necessarie. L’unica strada percorribile – spiegavano sedicenti politici saggi e di provata esperienza – era quella della sequela di condoni o scudi fiscali. Se il governo attuale sarà capace di cambiare rotta, creando uno shock anche di natura culturale, e magari offrendo una riduzione della pressione fiscale a fronte delle maggiori entrate, potremo davvero parlare, non direi di miracolo, ma di una primavera italiana.

Tags: plusvalore, economia, italia, governo monti

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