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Le ragioni degli elettori arrabbiati

di Vincenzo Galasso

Plusvalore
Venerdì 09 settembre 2016 alle 12:20

 

I recenti risultati elettorali in giro per il mondo – pensiamo al referendum in Gran Bretagna, alle primarie negli Stati Uniti, alle presidenziali in Austria o alle amministrative in Germania – ci mostrano che una parte non marginale dell’elettorato “mondiale” è insoddisfatta. Anzi, diciamolo più chiaramente, è proprio arrabbiata!!

Ma perché? Quali sono le ragioni di questa insoddisfazione, che spesso si tramuta in rabbia? Per capire questo fenomeno mondiale, proviamo ad analizzare le caratteristiche dei partiti, dei candidati e dei movimenti politici che raccolgono i voti di questi elettori. Nella maggior parte dei casi, la loro campagna elettorale si basa su un rigetto rabbioso dell’immigrazione, della globalizzazione e dei valori liberali. La retorica predominante è la divisione tra “noi” – ovvero i cittadini di un paese – e “loro” – gli immigrati, gli stranieri, le istituzioni internazionali. È facile liquidare queste posizioni come irrazionali, retrograde e contrarie al politicamente corretto. Tuttavia, se esistono e sono diffuse in molte parti del mondo, devono essere espressione di un malessere che, per quanto ingigantito dal populismo di alcuni partiti, evidentemente esiste.

Un recente studio di due ricercatori dell’Università Bocconi di Milano ha messo in luce le motivazioni che sono state alla base del voto nel referendum in Gran Bretagna. Malgrado tutti sembrano imputare la Brexit – ovvero il voto a favore dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea – all’accentuarsi del fenomeno dell’immigrazione, questa ricerca mette in evidenza un altro meccanismo: quello della globalizzazione. I due ricercatori mostrano infatti che il voto a favore dell’uscita della Gran Bretagna sia stato particolarmente elevato nei distretti elettorali appartenenti alle regione del paese in cui la produzione industriale è molto soggetta alla concorrenza dei prodotti cinesi. In altre parole, a votare per il “leave”, sono stato soprattutto i cittadini britannici che hanno risentito di più degli effetti negativi della globalizzazione.

Colpa della globalizzazione quindi? Non esattamente. Il processo di globalizzazione degli ultimi due decenni ha avuto effetti molti positivi. Non solo ha consentito ad interi paesi di uscire dalla povertà, ma ha portato grandi benefici anche nei paesi più avanzati, soprattutto per i consumatori, che hanno avuto accesso a beni e servizi a prezzi più ridotti. Ma la globalizzazione ha anche degli effetti negativi. I paesi più sviluppati hanno dovuto modificare la propria struttura produttiva, spostandosi verso la loro produzione di beni più avanzati, a maggiore valore aggiunto, ma abbandonando la produzione di molti altri beni, prodotti a prezzi molto inferiori altrove – ad esempio in Cina. Anche se saldo complessivo di questo processo di globalizzazione è positivo anche per i paesi più sviluppati, l’effetto della globalizzazione può non essere favorevole per alcune persone – ad esempio per quei lavoratori delle industrie in declino, che non sono riusciti a spostarsi in altre industrie.

Il fallimento della classe politica – in Gran Bretagna come in altri paesi – è di non essere stata in grado di sostenere efficacemente i perdenti dalla globalizzazione, magari con l’aiuto di chi dalla globalizzazione ci ha guadagnato. È da questo insuccesso politico che è nata la Brexit.

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