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Pregiudizi e ingenuità

di Marialuisa Parodi

Plusvalore
Giovedì 18 ottobre 2018 alle 12:20

 

Non ci eravamo ancora ripresi dallo shoc dell’università giapponese che manometteva i punteggi dei test per ridurre l’ingresso di donne a Medicina, che un altro paio di vicende arriva ad offrire nuovi spunti di riflessione, speriamo, agli irriducibili convinti che la parità sia stata raggiunta.

In un convegno del CERN di fine settembre, dedicato alla fisica delle particelle e alle questioni di pari opportunità nella relativa ricerca scientifica, un professore invitato ha ritenuto opportuno illustrare le cause biologiche che renderebbero le donne del tutto inadatte alle materie STEM.

Bizzarro. Non occorre essere scienziati, per sapere che si tratta di una teoria obsoleta, screditata anche dagli studi sul cosiddetto “neurosessimo”; i metodi di ricerca in ambito neurologico, per esempio, sono stati rivoluzionati di recente proprio per sgombrare il campo dagli stereotipi che hanno per secoli influenzato i risultati delle indagini sulle differenze tra cervello maschile e femminile.

E non è tutto. Convinto che le donne non sceglierebbero le scienze perché “biologicamente” poco interessate, ovviamente il professore non si spiega la necessità delle misure per promuoverle nelle professioni scientifiche, rivelando così una profonda ignoranza del lavoro alla base della mobilitazione e delle iniziative internazionali in tal senso. E rivela anche una certa ingenuità, visto che poi i giornali sono andati a nozze con la sua lamentela di non aver ottenuto un posto accademico perché assegnato ad una collega.

Con un suo originale assunto, invece, non si può che essere totalmente d’accordo: “La fisica non è sessista”. Messaggio conciliante, che però non gli è servito ad intenerire la direzione furiosa del CERN: a loro, fortunatamente, non piacciono quelli che, la fisica, sessista la rendono.

Passa qualche giorno, ed ecco che, dal mondo della matematica giunge eco di un altro eclatante caso di discriminazione di genere: l’algoritmo sviluppato da Amazon per gestire le assunzioni non prendeva in considerazione le candidature femminili per i posti riguardanti ruoli ad alto contenuto tecnologico.

Questo perché, in soldoni, gli sviluppatori avevano, più o meno consciamente, trasferito nel modello matematico i propri stereotipi, finendo per escludere i curricula con diplomi rilasciati da college femminili o dove, per esempio, compariva il termine “femminile”, si fosse anche trattato di una squadra di rugby.

La prospettiva che al pregiudizio conscio e caratterizzato emotivamente, si possa aggiungere l’aberrazione di un’intelligenza artificiale che, in modo freddo e pervasivo, cristallizzi la discriminazione, è spaventosa.

Il tema non è nuovo: molti studi hanno da tempo dimostrato che l’intelligenza artificiale assorbe i pregiudizi più comuni (di genere, razza e religione, soprattutto) se son si interviene neutralizzandoli in fase di programmazione: una specie di discriminazione positiva che si rende necessaria per assicurare la neutralità del risultato.

Per sradicare gli aspetti culturali che ci impediscono di assicurare pari opportunità, quindi, il laisser faire non funziona nella scienza e tantomeno nella tecnologia.

Si può essere così ingenui da pensare che possa riuscirci quando si tratta di politica?

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