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Regole o discrezionalità nella politica monetaria?

di Sergio Rossi

Plusvalore
Lunedì 26 settembre 2016 alle 12:20

 

La teoria economica dominante in politica monetaria pretende che le banche centrali debbano seguire delle regole per decidere i tempi e le modalità dei loro interventi allo scopo di stabilizzare i prezzi al consumo senza provocare sorprese nei mercati. Ogni possibile sorpresa, infatti, farebbe aumentare l’incertezza degli operatori economici e di conseguenza ridurrebbe l’efficacia della politica monetaria. In buona sostanza, una banca centrale dovrebbe azionare il pilota automatico per evitare gli scossoni prodotti dall’uso discrezionale degli strumenti di cui dispone per influenzare l’evoluzione delle attività economiche al fine di garantire la stabilità dei prezzi o qualsiasi altro obiettivo.

Basterebbe però assistere a una riunione del Comitato di politica monetaria della Fed (la banca centrale americana) come quella di settimana scorsa, o del Direttorio della Banca nazionale svizzera della settimana precedente, per capire che la realtà è lungi dall’essere conforme alla teoria dominante, di stampo monetarista. In realtà, le scelte di politica monetaria, a maggior ragione dopo lo scoppio della crisi finanziaria globale nel 2008, sono improntate al pragmatismo e riflettono, a giusta ragione, un approccio discrezionale alla grande complessità del sistema economico contemporaneo e della sua evoluzione a breve, medio e lungo termine.

Nel suo intervento a un convegno organizzato dalla Banca centrale europea a Sintra, in Portogallo, l’anno scorso, Lawrence Summers fece giustamente notare, tra altro, le possibilità di cui dispongono le banche centrali per agire in maniera discrezionale allo scopo di sostenere l’attività economica e la creazione di posti di lavoro, soprattutto in situazioni di crisi o di stagnazione secolare come quella in cui si trovano attualmente numerosi paesi “avanzati” sul piano economico.

Come ben osservò Summers, l’indipendenza delle banche centrali, in particolare per quanto riguarda la BCE, rappresenta un ostacolo per il raggiungimento degli obiettivi di politica economica dei governi nazionali alle prese con gli effetti della crisi globale.

Ammesso e non concesso che la politica monetaria non possa influenzare la crescita economica in maniera determinante nel lungo periodo, Summers nota che una banca centrale può agire in modo tale da indurre degli effetti che durano svariati decenni sul livello di attività economica del paese in cui opera. Inoltre, l’assenza di coordinazione tra la politica monetaria e la politica finanziaria del governo ha ridotto la loro efficacia, influenzando negativamente la cosiddetta “economia reale”. Infine, Summers rileva in tutta onestà come l’andamento economico sia troppo imprevedibile per applicare con successo una regola interattiva di politica monetaria, attraverso la quale ci si illude di integrare l’evoluzione economica nella determinazione del tasso di interesse ritenuto “ottimale” per l’insieme dell’economia.

È quindi doveroso riconoscere che la politica monetaria non è una scienza ma un’arte.

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