Silvio il keynesiano

di Fabrizio Zilibotti

Silvio Berlusconi è il grande keynesiano della politica italiana. L’unico che potrebbe fargli ombra nella storia politica italiana è il compianto Bettino Craxi, antico compare di Silvio, che riuscì nella brillante impresa di raddoppiare il debito pubblico italiano in meno di quattro anni di presidenza del governo, tra il 1983 al 1987. Oggi Silvio chiede di sfondare i tetti di spesa imposti dell’Unione Europea, facendo valere la massima mussoliniana “io me ne frego”, o peggio “i trattati sono pezzi di carta”. E se un anno fa si discuteva – magari con poco seguito nei fatti - di riforme strutturali e soprattutto di misure tese a rimettere al lavoro una generazione perduta, oggi il governo Letta mostra un’assoluta mancanza di progettualità. È il ritorno della vecchia politica del do ut des, della snervante negoziazione continua a favore a questo o quel ramo protetto dell’elettorato, della discussione lenta e inconcludente su questioni secondarie dettate dall’agenda mediatica. L’iniziativa è costantemente nelle mani di Silvio il keynesiano. Il giochetto è chiaro: un giorno questi lancia un nuovo proclama populista, il giorno dopo un grigio burocrate del Partito Democratico risponde che sarebbe bello, ma ci sono i vincoli di bilancio. Infine, interviene il saggio presidente Enrico Letta, gran maestro del compromesso, proponendo l’incontro a metà cammino. Passate le lacrime di Elsa Fornero che rivelavano almeno un po’ di coinvolgimento umano, e tramontata la breve e un po’ incoerente primavera montiana, si torna a parlare di presunti tesoretti, su cui professionisti scialacquatori del patrimonio pubblico come il segretario del sindacato CISL Bonanni sono pronti ad avventarsi.

Il rapporto debito PIL, intanto, è al massimo storico del 134%. Sono usciti dall’agenda gli sprechi della pubblica amministrazione, le barriere che bloccano l’entrata di nuove imprese, lo sfascio della scuola e dell’università pubblica, la riforma di un sistema bancario tutto proteso alla protezione degli insiders, come ricordava ieri su Repubblica un eccellente articolo di Tito Boeri. L’Unione Europea prenda nota. Ma perchè il Partito Democratico continua ad accettare questo gioco al massacro del paese? La risposta è una fotografia della politica italiana... Il Partito Democratico sa perfettamente che, correndo oggi con Matteo Renzi, vincerebbe le elezioni tanto alla Camera come al Senato, finanche con l’attuale legge elettorale. Ma i poteri interni del partito detestano Renzi piu’ di quanto non aborriscano Silvio. E così si preferisce vivacchiare, abituandosi giorno dopo giorno all’idea che l’inciucio non è poi così male. Soprattutto ora che il PD e il PdL hanno un nemico comune contro cui fare fronte. Se la storia dell’Italia repubblicana puo’ rendere scettici rispetto ad un altro progetto largamente basato sull’uomo solo al comando, Renzi è al momento l’unico potenziale elemento di rifondazione della politica italiana. Ha segnalato con forza di essere disposto a rompere con l’establishment, e di voler ascoltare soggetti nuovi, conoscenze che esistono ma cui nessuno negli ultimi 20 anni ha voluto rivolgersi. Insomma, se Renzi è una cura dall’esito incerto, il malato è destinato a sicura morte se si continua a seguire il protocollo Letta-Berlusconi.

C’è magari chi pensa che non sia questo il momento di spendere denaro in nuove elezioni. Ma dove sarebbe la Grecia oggi senza la ripetizione delle elezioni del 2012? Magari in un governo di coalizione con Syriza e Alba Dorata insieme? L’Unione Europea, se potesse, queste nuove elezioni dovrebbe finanziarle a spese proprie. Per rispedire a casa grillini e grillotti inutili ignoranti, per fare procedere la giustizia nei confronti di chi la ha violata ripetutamente in vent’anni di saccheggi, e per dare finalmente all’Italia un governo credibile ed affidabile che guardi al futuro e metta mano alle riforme strutturali. Solo allora – cacciati buffoni e giocolieri – l’Italia potrebbe chiedere alla Germania, in un rapporto da paese serio a paese serio, un po’ di respiro anche fiscale per fare ripartire la crescita e fare rientrare il paese nell’area europea.

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