Nella foto un palazzo distrutto a Deera, Siria
Nella foto un palazzo distrutto a Deera, Siria (Reuters Pictures)

Siria, 5 anni dopo

di Fabrizio Zilibotti

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Giovedì 04 febbraio 2016 - 12:20

Cinque anni or sono, nella città siriana di Deraa, iniziava la rivolta degli oppositori del governo di Bashar al-Assad. La repressione dell’esercito siriano falliva e provocava la radicalizzazione della protesta che assumeva la forma prima di lotta armata e poi di una vera e propria guerra civile. In questi cinque anni, oltre 250.000 persone hanno perso la vita ed oltre 11 milioni hanno perso la propria casa e sono stati forzati ad abbandonare i territori in cui vivevano. Crimini di guerra sono stati commessi da tutte le parti, con una recrudescenza della violenza associata all’influenza crescente prima degli affiliati di Al-Qaeda, e poi dello Stato Islamico.

In Occidente, quei giornalisti e commentatori che pochi anni prima avevano tuonato contro l’invasione dell’Iraq decisa da George Bush facevano a gara nell’invocare l’intervento armato dell’occidente. Non dubitavano cotanti esperti del fatto che questa fosse una guerra tra buoni e cattivi. I ribelli chiedevano democrazia, libertà e diritti umani, calpestati da un regime oppressivo. Incoraggiati da tanti buoni propositi, e soprattutto desiderosi di liberarsi di un nemico di lunga data, Obama e Cameron corsero ad armare i ribelli fino ai denti, con grande gioia dell’industria bellica, salvo poi vedere collassare il fantomatico Esercito Siriano Libero, che lasciava il campo e, ahimè, le armi, agli eserciti jihadisti. Di fronte all’ondata integralista dilagante, l’occidente salvava il salvabile grazie alla resistenza di quei guerrieri curdi che la Turchia, membro della NATO, continua a considerare alla stregua di terroristi.

Il resto è storia recente, dai crimini dello Stato Islamico, all’intervento di un altro esercito straniero, quello russo, in aiuto di Bashar.

La morale è la stessa della sciagurata invasione dell’Iraq. La strategia del “regime change”, il cambiamento di regime forzato da un intervento militare straniero, è destinata al fallimento. Può produrre qualche successo immediato, cui fa seguito il caos, come dimostra il flusso di rifugiati verso l’Europa. Altrettanto vano è l’appello alla democratizzazione, basato sull’idea fallace che l’instaurazione della democrazia metterebbe automaticamente fine ai conflitti settari. Nel nostro articolo “Segnali di Guerra” pubblicato nella Review of Economic Studies del 2013, Dominic Rohner, Mathias Thoenig ed io mostriamo che empiricamente l’incidenza di guerre civili ed internazionali non dipende in alcun modo dal livello di democrazia dei paesi. Altre variabili quali la frammentazione etnico-linguistica ed i livelli di fiducia reciproca tra i diversi gruppi sono invece importanti. Le elezioni non hanno riportato la pace in Afghanistan per esempio.

Anzi, quando una società è frammentata, dominate dal settarismo religioso, e manca di meccanismi istituzionali di rappresentanza e protezione dei diritti delle minoranze, la democrazia produce pessimi risultati. Si pensi all’Egitto dei Fratelli Musulmani. In Siria, una maggioranza sunnita radicale rischierebbe di portare al genocidio di cristiani, alawiti, Yazidi ed altre minoranze. L’unica soluzione è quella di uno stato, o magari più di uno stato, in cui il ginepraio etnico-religioso sia ricomposto e in cui una qualche forma di identità nazionale venga lentamente ricostruita. Cosi’ come in Libano, sono necessarie regole che tutelino le minoranze etniche e religiose. La comunità internazionale dovrebbe farsi garante di accordi tra le parti, abbandonando ipocrisie quali la difesa di interessi geopolitici mascherati da feticci quali l’instaurazione di una democrazia di tipo occidentale. C’è qualche timido segnale che la situazione possa evolvere in questa direzione, ma la strada è ancora molto lunga.

Brani Brani in onda Unforgettable - Pepper Adams Ore 9:28