Timidi segnali di ripresa

di Fabrizio Zilibotti

Se il 2011 è stato all’insegna di crescenti preoccupazioni per le sorti dell’economia mondiale, nelle ultime settimane si sono avvertiti timidi segnali di disgelo. Nel contesto di un mercato azionario volatile e nervoso, lo Swiss Market Index ha guadagnato negli ultimi due mesi un lusinghiero 14%. Un dato piu’ significativo riguarda il tasso di disoccupazione degli Stati Uniti che è sceso all’8.5% nel dicembre scorso, facendo registrare il valore piu’ basso degli ultimi tre anni. La crescita dell’ occupazione nel corso degli ultimi tredici mesi è stata la piu’ alta dagli inizi degli anni 90, trainata prevalentemente dal settore privato, tanto nel settore dei servizi come in quello manifatturiero. Al contempo, si è osservato un rallentatamento nella distruzione di posti di lavoro esistenti. Sono note di sollievo, se uno degli spettri evidenziati dagli analisti dell’economia statunitense è stato negli ultimi anni quello della “jobless recovery”, ovvero di una ripresa produttiva che non crea nuovi posti di lavoro. Gli indici di confidenza di consumatori ed investitori americani sono ugualmente in risalita.
Sulla sorte del grande malato, che era e rimane l’Unione Europea, permangono ombre. Tuttavia, neppure nel vecchio continente mancano piccoli segnali incoraggianti. Il processo politico si è in qualche misura stabilizzato. Il disimpegno di Cameron potrebbe non essere un fattore del tutto negativo, dato il ruolo pressochè ostruzionistico giocato dal Regno Unito nel processo politico europeo. Si è restaurato in qualche misura quell’asse franco-tedesco che era venuto meno durante l’esplosione della crisi debitoria greca. A questo asse si va aggiungendo un terzo partner, tradizionalmente solidamente pro-europeo. L’Italia sembra uscire dalla marginalizzazione cui l’aveva condannata l’indecoroso governo di Berlusconi, Tremonti e Bossi. Essendo l’Italia un tassello chiave nella crisi finanziaria e debitoria, non puo’ che essere una buona notizia.
Dal punto di vista europeo, non vi è prospettiva politica migliore per risolvere il problema italianodi quella offerta dal governo Monti. Tra mille difficoltà, il nuovo governo è riuscito fin qui a fare accettare all’opinione pubblica italiana misure difficili ed impopolari, se non in assoluta serenità, almeno con un rinnovato senso di responsabilità. La demagogia ed il ribellismo di talune forze politiche rimane una minaccia incombente, ma per il momento ci sono gli anticorpi. Anche i piu’ irresponsabili demagoghi sembano capire che chi causasse un deragliamento dell’operazione Monti sarebbe punito pesantemente dagli elettori. Insomma, niente rivolte di strada come quelle che si sono viste in Grecia, anche se la calma rimane carica di tensione.
C’è poi un altro aspetto che rende credibile un’azione risolutiva coordinata. La Germania non puo’ permettersi, nel contesto corrente, la fine della valuta unica. Ne sarebbe la principale vittima designata. Supponiamo che dall’oggi al domani all’Euro si sostituissero due valute: Euro-Nord ed Euro-Sud. I risparmiatori si lancerebbero sull’Euro Nord, creandone una forte rivalutazione che causerebbe una grave perdita di competitività per la Germania. La Germania non è nelle condizioni di assorbire un tale shock. La sua produzione industriale è in calo, ed ancora di piu’ lo sono gli ordini industriali.
La spada di Damocle della recessione pende sull’economia tedesca, non solo su quelle mediterranee.
Ora che si è restaurata una certa razionalità, o perlomeno decenza, nel processo politico dei paesi maggiori, vale la pena di considerare che gli incentivi per il rigore e la responsabilità fiscale non si devono reggere solo sul bastone, ma che anche sulla carota. La stabilizzazione dei mercati finanziari europei e lo scongiuramento della crisi debitoria, in presenza di partners credibili e responsabili, puo’ ben valere le risorse comunitarie necessarie per placare la speculazione. La Germania ha ragione a richiedere che questo sia accompagnato da regole credibili per il futuro, ma il tempo della riflessione è ormai terminato, ed è necessario procedere.

Tags: plusvalore, crisi, europa

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