John Maynard Keynes
John Maynard Keynes (Keystone)

Trump discepolo di Keynes

di Gianfranco Fabi

Plusvalore
Venerdì 25 novembre 2016 alle 12:20

Nelle sue prime dichiarazioni il presidente americano eletto Donald Trump ha in parte ridimensionato la portata dei suoi progetti annunciati durante la campagna elettorale. Ma ha comunque ribadito alcuni punti fermi: in primo piano un vasto piano per le infrastrutture e una drastica marcia indietro nei trattati commerciali. Con altri punti tutti da definire come il taglio alle tasse e un maggior controllo sulle politiche della banca centrale.

Quello che è interessante sottolineare è che, forse a sua insaputa, Trump sembra prendere alla lettera alcune delle indicazioni che il grande economista John Maynard Keynes aveva espresso negli anni ’30 del secolo scorso di fronte alla grande recessione che stava interessando tutte le economie occidentali, dagli Stati Uniti all’Europa.

Il rilancio delle opere pubbliche, anche a costo di aumentare il deficit degli Stati, è infatti generalmente considerato come l’elemento centrale delle politiche cosiddette keynesiane, politiche dettate soprattutto dalla volontà di rilanciare l’occupazione e attraverso questa sostenere i redditi e i consumi.

Meno noto è il fatto che Keynes è stato anche un convinto sostenitore della difesa delle industrie nazionali. Facendo autocritica rispetto alle sue posizioni precedenti, nel 1933 sostenne apertamente che “il protezionismo doganale poteva diventare un mezzo per aumentare il livello di occupazione laddove servisse per dare lavoro ai disoccupati e permettere in tal modo la creazione o la sopravvivenza di imprese che producono ad un costo più elevato che all'estero”.

E ancora citiamo Keynes: “Le idee, il sapere, la scienza, l’ospitalità, il viaggiare, queste sono le cose che per loro natura dovrebbero essere internazionali. Ma lasciate che le merci siano fatte in casa ogni qualvolta ciò è ragionevolmente e praticamente possibile, e, soprattutto, che la finanza sia eminentemente nazionale”.

Vi è tuttavia da chiedersi se queste ragionevoli analisi possano essere ancora considerate attuali di fronte ai grandi cambiamenti che hanno caratterizzato gli ultimi decenni. Soprattutto per molti aspetti del tutto nuovi degli scambi commerciali e della globalizzazione. Come il fatto che a varcare i confini non sono più solo i prodotti finiti, ma anche componenti che vengono realizzati in paesi diversi e alla fine assemblati vicino ai mercati di sbocco. E non è da sottovalutare il rischio che misure protezionistiche inneschino una reazione a catena tale da ostacolare le possibilità di crescita delle diverse economie. Un reazione che potrebbe coinvolgere il sistema finanziario dato che, per esempio, la Cina possiede più di un terzo del debito estero americano.

Non a caso lo stesso Keynes scriveva a proposito delle politiche protezionistiche: “Coloro che cercano di liberare un paese dai suoi vincoli internazionali dovrebbero essere molto lenti e cauti. Non si tratta di strappare le radici, - concludeva Keynes - ma di abituare lentamente la pianta a crescere in un’altra direzione”. Lentezza e cautela quindi. Due caratteristiche che tuttavia per ora non sembrano essere tra le caratteristiche del prossimo presidente americano.

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