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Un cerchio infernale

di Silvano Toppi

Plusvalore
Giovedì 16 febbraio 2017 alle 12:20

 

Le venti maggiori imprese svizzere incluse nell’indice SMI della Borsa di Zurigo (quindi grandi banche e assicurazioni, principali industrie farmaceutiche, alimentari, meccaniche) hanno distribuito lo scorso anno 37.4 miliardi di franchi di dividendi. Stando al bisettimanale finanziario “Finanz und Wirtschaft”, quest’anno si dovrebbe raggiungere se non superare quella cifra primato. E commentava: ”Le imprese svizzere sono generose in materia di dividendi”.

Se andiamo indietro qualche anno, poco dopo gli inizi della crisi, rileveremo che quella somma è aumentata del 50 per cento. 50 per cento in sette anni. Lo so che se azzardo un confronto con la rimunerazione del lavoro, aumentata nello stesso periodo di neppure il 5 per cento, corro il rischio di essere accusato di superficialità e demagogia. Fa però capire che la ricchezza creata va sproporzionatamente a rimunerare l’altro fattore, il capitale. Il quale, come capita tra l’altro di questi tempi in Borsa, si rallegra proprio quando si annunciano licenziamenti e meno lavoro da retribuire.

Con i dividendi non si può quindi dimenticare l’aspetto fiscale, ridistributivo. È chiaramente emerso anche dalla recente bocciatura della riforma fiscale. Nonostante gli ambienti economici abbiano speso 19 volte di più degli oppositori per farla passare. I dividendi ordinari sono sottoposti all’imposta sul reddito, è vero. Le somme distribuite ricorrendo alle riserve derivanti dagli apporti di capitale delle società ne sono però esenti. Da quando esiste questa possibilità molte imprese hanno distribuito negli ultimi anni tutti o una buona parte dei dividendi ricorrendo a quelle riserve. Nel 2015 le imprese svizzere quotate in Borsa avrebbero distribuito 14 miliardi di franchi in tal modo. Una ovvia grossa minore entrata fiscale per le comunità.

Nel secolo scorso si era perlomeno compreso che meno diseguaglianza e un minimo di giustizia favorivano quella pace sociale che ha così fortemente contribuito alla prosperità del paese. Si sono create allora le assicurazioni sociali, ma anche le imposte progressive che chiedevano proporzionalmente di più ai più ricchi. Di questi tempi sono prevalsi invece tre politiche, tra di loro concatenate: la concorrenza fiscale come unico principio per evitare fughe, evasioni, dislocazioni dei contribuenti; lo sgravio fiscale con vari espedienti, per attirare grossi redditi o nuove imprese; gli interventi sociali ridotti solo a una spesa e quindi potenziale risparmio dei poteri pubblici indebitati, anche per gli sgravi concessi, e sempre meno strumento di giustizia e di ridistribuzione della ricchezza.

La concorrenza sfrenata è diventata distruttrice perché assurda guerra a somma zero. Lo sgravio arricchisce di solito chi è già ricco ma impoverisce gli enti pubblici togliendo i mezzi necessari. L’intervento sociale ridotto solo a un costo, da impoverire o eliminare, accresce diseguaglianze, ingiustizia e ribellioni. Un cerchio infernale, insomma.

Un Guardiacaccia in arrivo...

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