Un mondo che cambia

di Fabrizio Zilibotti

Due giorni or sono si è tenuta presso l’Università di Zurigo una conferenza internazionale sui temi della crescita di lungo periodo e della transizione demografica, cui hanno partecipato alcuni dei maggiori esperti mondiali, economisti, demografi e storici economici, provenienti da università ed altre prestigiose istituzioni di ricerca statunitensi, cinesi ed europee.
Se il mondo industrializzato è coperto da una cappa di pessimismo rispetto al futuro della crescita, la situazione dei paesi emergenti ed in via di sviluppo è ben differente. Il mondo odierno viaggia a più velocità. Diceva scherzando il relatore dell’Università di Pechino che a Shanghai i cambiamenti si vedono di giorno in giorno, a Pechino di mese in mese, in Cina di anno in anno, e nell’occidente di secolo in secolo. Ma la crescita rapida trascende ormai la Cina e l’India. Il Fondo Monetario Internazionale stima che nel 2011-2012 il complesso dei paesi in via di sviluppo crescerà ad un tasso annuo tra il 6% e il 7%. Il boom coinvolge aree che avevano sofferto un serio deficit di crescita nel corso dell’ultimo quarto del secolo scorso, come l’America Latina e l’Africa Sub-Sahariana. Naturalmente, la prudenza è di rigore: un rigurgito della crisi in Europa o negli Stati Uniti potrebbe avere ripercussioni globali sulla primavera di queste aree. Tuttavia, è incoraggiante vedere quanto rapida sia stata la ripresa del motore della crescita dopo la flessione del 2009. Uno scenario plausibile è quello di un persistente rallentamento delle economie mature, che viene più che compensato, per così dire, da un forte processo di convergenza delle economie in via di sviluppo. Insomma, meno crescita per i più ricchi, ma un forte aumento degli standard di vita medi dei paesi più poveri, ovvero meno disuguaglianze a livello globale. Se è pure vero che in molti di questi paesi aumentano le disuguaglianze interne, vale la pena di ricordare che nel mondo contemporaneo la fonte principale di disuguaglianza tra cittadini del mondo è la disuguaglianza tra paesi piuttosto che quella tra cittadini all’interno di ciascun paese. Una seria nube all’orizzonte rimane la minaccia alla sostenibilità ambientale, un problema che rischia di diventare ancora più serio in un mondo multipolare.
Se tale scenario si materializzerà, ci aspetta un mondo ben diverso da quello che conosciamo oggi. Nel 1990, i paesi più industrializzati, Stati Uniti, Europa Occidentale, Giappone, Canada ed Oceania producevano insieme il 55% del reddito mondiale. Nel 2030, si prevede che produrranno non più di un terzo del totale. Nello stesso lasso temporale, Cina and India passeranno dal 12% al 40%. L’Europa Occidentale sarà un attore sempre più marginale: un misero 11% della produzione globale nel 2030.
Questi cambiamenti non sono solo dovuti ai diversi tassi di crescita del reddito pro capite tra economie ricche e povere. L’altro fattore sono le diverse dinamiche demografiche. Nel 2000, un miliardo di persone vivevano nei paesi più industrializzati su una popolazione mondiale totale di 6 miliardi. Nel 2050, saremo più o meno lo stesso numero, ma la popolazione mondiale totale sara’ di circa 9 miliardi. La crescita della popolazione non sarà tanto accentuata negli attuali paesi emergenti. La popolazione di alcuni di questi
paesi crescerà, come nel caso dell’India, compensando la stagnazione della popolazione cinese. Il risultato è che questi paesi continueranno a rappresentare, all’inizio come alla metà del secolo XXI, due terzi della popolazione mondiale. La quota di popolazione crescente è quella dei paesi più poveri. Stiamo parlando di paesi con un reddito medio pro-capite circa 35-40 volte inferiore a quello della Svizzera in termini reali. La popolazione di questi paesi non era che il 10% della popolazione mondiale nel 2000, ma è destinata a diventare il 20% della popolazione mondiale nel 2050. Questo cambiamento non può non far riflettere sull’importanza del consolidamento della crescita nelle aree più povere del pianeta.

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