Uno spettro si aggira per l’Europa

Lo spettro del populismo - di Fabrizio Zilibotti

Il populismo è il male oscuro dell’Europa contemporanea. Il discorso populista si nutre di una retorica anti-intellettuale ed anti-istituzionale, i cui bersagli sono le elite privilegiate che controllerebbero, suppostamente, apparati politici, accademici e finanziari. La polemica populista si appella a concetti semplici, a ricette grossolane mascherate dietro un malinteso senso comune. È la rivolta delle passioni elementari contro la supposta arroganza dello specialista e dello studioso. È la negazione della scienza, quella che studia i terremoti, ma è incapace di predirne l’arrivo, o quella di chi studia l’economia ma non è capace di prevedere le recessioni. Nel nome di una presunta saggezza più profonda che non si acquisirebbe sui libri di scuola.

Il populismo ha molte facce. Nel dibattito sulla politica economica, il tratto comune dei populismi di vario colore è la negazione dell’esistenza di un vincolo di risorse aggregato, cui si accompagna una rappresentazione sproporzionata e deformata dei costi o benefici di politiche particolari. Silvio Berlusconi, incantatore populista per antonomasia, promette agli italiani non già l’abolizione, ma finanche la restituzione dell’impopolare imposta immobiliaria nota come IMU, memore del colpo ad effetto di una simile iniziativa durante la campagna elettorale del 2006. Poco importa se la rimozione dell’imposta aprì una voragine di bilancio che mise in ginocchio il paese nel 2008. Così come poco importa se qualcuna ricorda che dal punto di vista della scienza economica, si tratta di un’aberrazione. Per un paese con un disperato bisogno di entrate fiscali, un’imposta sui beni immobili è efficiente, perchè crea distorsioni molto meno acute, per esempio, di quelle causate da imposte che gravano sul costo del lavoro delle imprese.

La negazione del vincolo di bilancio non è monopolio della destra. Quante sciocchezze si sono sentite, per esempio, sulla Tobin Tax, un’imposta che può piacere o meno, ma che un serio gettito fiscale non produrrà mai. Assai più pernicioso è il mito – caro a certa sinistra – secondo cui la crisi e la disoccupazione vadano affrontate mediante politiche indiscriminate di spesa, o rafforzando la protezione sul mercato del lavoro di chi protetto è già. O, peggio ancora, il mito che la crescita economica possa essere rivitalizzata stampando generosamente moneta. Non vi è evidenza che alcune di queste politiche abbiano mai funzionato. Ma questo poco importa. La retorica si dipinge di colori alternativi e progressisti contro i grigi economisti.

Destra e sinistra populista si incontrano poi quando è il momento di accusare i mercati di cospirazioni maligne. Sarebbe stato un complotto internazionale secondo il 71% dei lettori del quotidiano Libero ad avere causato la caduta del governo di Silvio Berlusconi nell’autunno 2011.

Un altro mito populista in voga nel sud dell’Europa è quello che le radici della crisi sarebbero esterne, situandosi per esempio nell’egoismo tedesco. L’evidenza di speculazioni, malversazioni, corruzione che emergono ogni giorno in Spagna, per esempio, c’entrerebbero poco o nulla. Se la BBC fa un’inchiesta secondo le regole del giornalismo indipendente britannico, il governo spagnolo reagisce protestando per canali diplomatici. Il populismo nazionalista riesce, almeno per ora, a cloroformizzare l’opinione pubblica iberica.

D’altra parte il populismo non è, per una volta, prerogativa del sud del continente. Movimenti e partiti populisti fioriscono nei paesi più ricchi come Norvegia, Danimarca, Olanda e Svizzera. Ve ne sono, con una varietà di caretteristiche, in Francia, Belgio, Austria, per tacere di paesi dell’Europa centro-orientale come l’Ungheria di Orban. In molti casi, il populismo assume fosche tinte xenofobiche, dirigendo i timori e le frustrazioni di un elettorato confuso verso facili bersagli. Il populismo non è un fenomeno nuovo, ma le sue dimensioni e la sua persistenza non possono lasciare indifferenti o tranquilli. Purtroppo, è difficile pensare che l’Europa si libererà di questo spettro in tempi rapidi.

Tags: Plusvalore, populismo, economia, finanza, scienza

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