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Ciao Chris

Chris Cornell, cantante di Soundgarden, Temple of the Dog e Audioslave, è morto ieri all'età di 52 anni.

giovedì 18/05/17 11:17 - ultimo aggiornamento: giovedì 18/05/17 11:17

Chris Cornell è stato più di tutti la voce delle foreste del Pacifico del Nordovest, delle piogge che le bagnano e del vento che le sferza. Lui, con quelle urla da banshee che poi con gli anni avrebbero guadagnato sfumature più morbide, rappresentava bene la potenza oscura e quel tiro ossessivo che caratterizzava la musica dei Soundgarden: un po’ Led Zep, un po’ Sabbath, un po’ dark, il tutto preso a colpi di fresa dall’approccio punk.

Chris Cornell è stato compagno di stanza di Andy Wood dei Mother Love Bone, la stella di Seattle che divenne supernova senza mai riuscire a brillare (morì di overdose nel 1990). Proprio in sua memoria, assieme ai superstiti del gruppo di Andy, Chris Cornell formò i Temple of the Dog, supergruppo che diede alle stampe un unico, magistrale disco.

All’inizio era un batterista, ma poi ci fu la felice intuizione, considerate anche l’avvenenza e la presenza scenica, di farlo frontman. Ed è per questo suo ruolo nei Soundgarden che diventerà quel Chris Cornell lì.

Con il Giardino del Suono l’avventura su disco inizia negli anni ’80, con Ultramega OK primo LP licenziato dalla leggendaria SST dei Black Flag. Il flirt con le etichette indipendenti contemplerà anche la Sub Pop, ma molto presto una major, la A&M, si sarebbe accaparrata il gruppo. Negli anni novanta escono Badmotorfinger ma soprattutto Superunknown, del 1994: la summa, il culmine della musica del Giardino del suono, che dopo pochi anni e un altro disco – Down on the Upside, del 1997 – si sarebbero disciolti.

Il supergruppo Cornell ce l’aveva nel sangue, infatti nel 2000 si imbarcherà con una parte di Rage Against the Machine nell’avventura Audioslave.

Cornell si è anche giocato, un po’ come il collega Lanegan una carriera solista mai però davvero sbocciata. Nella sua discografia anche un disco, quello con Timbaland alla produzione, che fu forse il punto artisticamente parlando più basso della sua parabola. Infine, cosa di poco tempo fa, la rimpatriata con i Soundgarden.

Chris Cornell era il sex symbol dei sex symbol, di quelle figure sessualmente appetibili che scalarono le classifiche di gradimento nei Novanta, quando il modello del cantante grunge soppiantò quello del metallaro o del new romantic.

Così ci ritroviamo a piangere un altro protagonista di quella stagione, dopo Kurt Cobain, Layne Staley degli Alice in Chains e Scott Weiland degli Stone Temple Pilots (anche se su quest’ultimo qualche purista storcerà il naso).

Resta il ricordo di un decennio in cui qualcuno, tra il pubblico e gli stessi artisti, pensava davvero che con una chitarra, una maglietta, dei jeans stracciati e una camicia a scacchi (non per cadere nello stereotipo, ma così era) si potesse davvero cambiare il mondo della musica.

Un sogno che sta tramontando lentamente, e la dipartita di ognuno dei suoi alfieri è come una tacca sulla meridiana.

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