a cura di Stefano Marelli

Albaeuropei: 1972, Breitner

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Albaeuropei: 1972, Breitner

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Fra i tedeschi occidentali campioni d’Europa nel 1972 c’è Paul Breitner, ventunenne dai piedi buoni e dal cervello fino che aveva osato far entrare nel mondo del pallone ciò che fin lì era rimasto chiuso fuori, e cioè la politica, il ’68, gli slogan. Il ragazzo sfoggia capigliatura da rockstar e barba da rivoluzionario cubano, che diventano il suo marchio di fabbrica. Coi giornalisti parla di Vietnam, gente oppressa e diritti civili. Breitner diventa presto un personaggio trasversale. La sua vita privata, i libri che legge e la sua candidatura nelle liste della SPD scatenano dibattiti, simpatie e antipatie. Nel ’74, alzata al cielo la Coppa del mondo, firma per il Real Madrid. Per chi crede nell’integrità del campione marxista, è dura accettare il fatto che abbia ceduto alle lusinghe e ai milioni del dittatore fascista Francisco Franco. Consolatorio, 4 anni più tardi, sarà immaginare che Breitner non vada ai Mondiali per solidarietà col popolo argentino vessato dalla dittatura del generale Videla. Il diretto interessato non smentisce, ma almeno evita di confermare. Dopo la faccenda spagnola, del resto, non ha più nessuna verginità da spacciare. Ma una nuova polemica sta per travolgerlo: un produttore di acqua di colonia gli chiede infatti di far sparire dal volto ogni singolo pelo. In cambio di 150mila marchi, che all’epoca sono una fortuna, il compagno Paul dovrebbe dunque rinunciare a quella barba rivoluzionaria che ha contribuito a farlo diventare un mito. E lui ovviamente monetizza, sferrando l’ennesimo colpo basso alla sua claque politica. Classico esempio di campione più chiacchierato che ammirato, Breitner ha segnato in 2 diverse finali mondiali, impresa riuscita soltanto a gente del calibro di Pelé, Vavà e Zidane.