La coréisgia du drèisg

Con l’allieva Isabella Visetti e il maestro Nicola Ferretti

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Scinta del dragh (cinta del drago) o coréisgia du drèisg (correggia, striscia di cuoio, del drago) non sono i soli due modi sorprendentemente originali per indicare l’arcobaleno nei dialetti della Svizzera italiana, come apprendiamo nella lezione di oggi che è un viaggio tra la storia di questa parola e le credenze popolari legate a questo un fenomeno meteorologico. Fin dalla notte dei tempi, l’arcobaleno ha affascinato, ma anche intimorito le popolazioni, un evento che “balena” all’improvviso e che è presente in molte leggende, in origine con una valenza negativa.

Nel Repertorio italiano-dialetti (RID) pubblicato dal Centro di dialettologia e di etnografia, il lemma “arcobaleno” si guadagna una carta linguistica, dove sono indicate tutte le forme locali registrate nella Svizzera italiana e la loro distribuzione sul territorio accanto a quella praticamente identica all’italiano “arcobaleno”. E così c’è arc zalést o arc dala pas, curèsgia d’ansgial, o semplicemente dragh o arch, balèstar che evoca la forma della balestra, arcabaléna e anche il negativo marscèria, qualcosa di marcio, un marciume, termine antichissimo, forse non più usato, che ricorda il tempo in cui l’arcobaleno era un presagio funesto e non uno spettacolo benaugurante.