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Pan pòss

Con l’allieva Isabella Visetti e il maestro Nicola Ferretti

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L’espressione “posso” per indicare il cibo raffermo e anche il carattere banale e poco originale di una persona o di una cosa. È un aggettivo che si sente spesso nell’italiano regionale in Svizzera italiana e in Lombardia, ma non è registrato nei vocabolari italiani. Alcuni utenti hanno chiesto all’Accademia della Crusca da dove arriva, visto che lo si ritrova spesso nelle ricette pubblicate online, su Internet o sui social. Ilaria Bonomi, docente di linguistica italiana all’Università degli Studi di Milano e accademica della Crusca, nella sua risposta racconta l’uso regionale di questa parola, ricorda la filastrocca “Pin pin cavalin / sott’ al pè del tavolin / pan pòss pan fresch / indovina che l’è propri quest” e indica anche l’etimologia accertata dal latino tardo pausare “cessare, riposare”, con un passaggio semantico da “riposato” a “raffermo, stantio”.

Alimento prezioso per il sostentamento delle famiglie, il pane è usato come termine di paragone e presente in molti detti e modi dire: “végh finit de da mangiá pan”, “gnént a gh’è püssée bón dal pan”, “dagh na legnada e n tòcch da pan”, “bon cumé ul pan”… Con il pan pòss si preparava la torta di pane, la torta da cà, per utilizzare il pane raffermo, che nelle famiglie contadine di un tempo veniva preparato in grande quantità solo una volta la settimana, spesso solo due volte al mese. Ogni massaia ha la sua ricetta, noi vi proponiamo quella presentata nel dialetto da Roré dalla cuoca Elga Guerini, nell’ambito del progetto “Gri-cettario” della PGI che vuole valorizzare la tradizione culinaria delle valli del Grigioni Italiano.