Amelia Rosselli

"Cara vita che mi sei andata perduta... con te avrei fatto faville se solo tu... non fosti andata perduta."

Amelia Rosselli, tutta la sua vita potrebbe stringersi tra queste due parole: travagliata, scappata. Nasce nel 1930 in esilio a Parigi da Carlo Rosselli, ucciso insieme al fratello Nello dai fascisti dell’organizzazione Cagoule, su mandato dei fascisti italiani. Amelia ha sette anni quando impara la parola “assassinio”. I Rosselli sono ebrei, fuggono prima in America, poi in Inghilterra terra natale di Marion. La guerra finisce, ma la vita di Amelia Rosselli resta travagliata, l’esilio, la fuga restano incisi per sempre nella sua mente e acuiscono la sua fragilità, la percezione del dolore del mondo. Non smette di sentirsi incalzata dall’ingiustizia, esposta alla violenza. Va a vivere in Italia, «paese barbaro», a Roma. Qui scrive le sue opere più importanti, dal lungo poema “La Libellula, a Variazioni belliche”, da “Serie ospedaliera” a “Impromtu”, fino alle prose di “Diario ottuso” ora raccolte insieme ai testi “inglesi” nel Meridiano (Mondadori). Muore l’11 febbraio 1996, gettandosi dalla finestra dell’unica stanza della sua casa in via del Corallo, nel centro di Roma.

 

Approfondimento parallelo

Amelia Rosselli intervistata da Cesare Garboli

I nostri percorsi paralleli (fra i documenti delle Teche RSI), nel caso di Amelia Rosselli, si limitano ad una sola intervista, indice questo della discrezione e della riservatezza che hanno connotato la vita di questa scrittrice. Intervistata da Cesare Garboli (il quale mette in luce l’intensità e la numinosità della poesia della Rosselli, poesia che a suo avviso nasce dal senso di essere abbandonata da dio e dal mondo), la scrittrice confessa che l’elemento scatenante della sua poesia è in realtà un bisogno di perfezione.

 

 

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