Walter Murch, Maestro del montaggio

Premiato in Piazza con il Vision Award - Nascens, dal Palavideo ha svelato i segreti del suo mestiere

sabato 15/08/15 15:00 - ultimo aggiornamento: sabato 15/08/15 18:39

"Good editing makes the film look well-directed. Great editing makes the film look like it wasn't directed at all." Victor Flemming

Riuscire a trovare le parole adatte per aprire un articolo sul genio di Walter Murch, montatore e sound designer, è impresa ardua. Si potrebbe invece ricorrere alle parole altrui, quelle di Victor Flemming (sì, il regista di Via Col Vento), che in una frase ha riassunto quello che sarebbe poi diventato il motto di Murch: "Se un film ha un buon montaggio, è diretto bene. Se un film ha un ottimo montaggio, sembra che non sia stato diretto del tutto". E di certo gli è servito: tre premi Oscar (di cui uno grazie ad Apocalipse Now, una statuetta al miglior sonoro che lo rese celebre nel 1979), e una rara dedizione al suo mestiere che l'ha portato oggi ad essere considerato fra i grandi che con le loro intuizioni e il loro sapere hanno segnato la storia del cinema.

Durante la sua Masterclass al Palavideo Walter Murch parla per immagini e metafore. Ecco che il montaggio cinematografico diventa improvvisamente paragonabile al linguaggio poetico (porta come esempio una poesia del poeta e romanziere italiano Curzio Malaparte, di cui tra l'altro lo stesso Murch ha pubblicato un gran numero di traduzioni). La lunghezza del verso corrisponde alla lunghezza del frammento di video; il cambio d'immagine, rispettivamente il verso successivo, giunge quando una "palla di luce" ci investe nel subconscio ("the flashball moment"). Nemmeno lui sa spiegare bene il perché e il come ("Un'immagine tiene finché è in grado di tenere"). Ma è così: una sensazione, un'intuizione. Il regista intransigente è invece un cubo di ghiaccio - quadrato, ottuso e irremovibile - mentre il regista aperto al cambiamento è un fiocco di neve. E per spiegare la magia che unisce spettatore e schermo, parte dalla meccanica di un amplificatore.

La forma è quella di una poesia. Ma date un'occhiata al titolo...

A proposito di scienza, è giusto ricordare che Murch fra un film e l'altro si interessa di storia della scienza, cosmologia e scienza della percezione umana. Al pubblico racconta che, inspiegabilmente, studi in campo neuroscientifico hanno provato che fra lo sguardo e il suono, vince il suono. In altre parole: lo spettatore è in grado di apprezzare un cattivo montaggio ma ben sonorizzato, ma non il contrario. Un aspetto senz'altro interessante nella sua carriera di montatore, dato che, a differenza di molti, ha concepito la composizione audo-visiva come un tutt'uno.

Walter Murch ha poi svelato qualche segreto del suo mestiere. Come ad esempio l'utilizzo di un insieme all'apparenza confuso di fogli, foglietti che gli permettono di ritrovarsi fra i vari videoframmenti di un lungometraggio. "Forse sarebbe più facile scorrere attraverso il materiale sul computer. Ma sono abituato così", aggiunge.

L'elaborata panoramica su un lavoro di montaggio

Attraverso una serie di fotografie il Maestro dello sguardo e del suono ha mostrato poi al pubblico i suoi ambienti di lavoro, con un accento particolare sulla sua postura. "Da sempre faccio i montaggi in piedi. È più salutare e permette di mantenere la concentrazione. Alterno il peso su una gamba, poi sull'altra, servendomi di uno sgabellino", e aggiunge: "D'altronde, anche i chirurghi, i direttori d'orchestra e i cuochi lavorano in piedi: come quello del montatore, sono mestieri che hanno a che fare col tempo".

 

La postazione di Murch - "lavoro in piedi come chirurghi, cuochi e direttori d'orchestra"

L'americano ha poi proseguito con un elogio a Locarno e al suo maxi schermo in Piazza Grande ("this huge screen, is amazing!"). E non ha tutti i torti: quello di Locarno è uno degli schermi cinematografici più grandi d'Europa, con i suoi 26 metri di lunghezza e 14 di altezza. "Nelle nostre tasche ormai abbiamo tutti uno schermo", scherza Murch, "e allora perché ci ostiniamo a cercare il grande schermo?". La risposta, sta nelle emozioni. "La proiezione amplifica le sensazioni. L'energia viene dal coinvolgimento intellettuale ed emozionale del pubblico, dall'esperienza collettiva di aver guardato quel film, lì, tutti insieme, in silenzio, accanto a 8'000 persone".

 

Matteo Martelli