Lo sport per risolvere la crisi coreana

Dan Gordon, regista britannico che ha realizzato diversi documentari sulla Corea del Nord, ne è convinto: per risolvere i problemi della penisola asiatica lo sport potrebbe raggiungere risultati migliori della diplomazia.

mercoledì 08/03/17 15:18 - ultimo aggiornamento: mercoledì 08/03/17 15:48

A metà febbraio il test per un missile di media gittata in grado di trasportare una testata atomica; pochi giorni fa il lancio di altri quattro missili in acque giapponesi, il cui obiettivo era simulare l’attacco alle basi USA sul suolo nipponico: le intemperanze della Corea del Nord stanno tenendo in apprensione non solo l’estremo Oriente ma tutto il mondo.

Kim Jong-un mostra ancora una volta i muscoli. Verrebbe da dire a dispetto del fisico, ma c’è poco da ridere. A tutto questo si intreccia il caso della morte del fratellastro, Kim Jong-nam, che secondo alcuni sarebbe stato pronto a prendere il posto del dittatore nordcoreano in caso di collasso del paese comunista.

C’è chi, occidentale, per questioni di lavoro ha visitato più volte la Corea del Nord. Dan Gordon, regista britannico, da giovanissimo ha sviluppato una forte curiosità per il paese asiatico, che si è tradotta in una serie di documentari sulla realtà a settentrione del 38mo parallelo.

(http://koreajoongangdaily.joins.com)

Ho intervistato Dan prima dei fatti di due giorni fa. Una parte di questa intervista è andata in onda ieri a Baobab Sputnik. Ho voluto sentire il suo punto di vista ben consapevole del fatto che si parli di uno stato totalitario, e che entro i suoi confini si contino almeno sei campi di prigionia per dissidenti e altre persone ritenute "non in linea" col regime.

La nostra conversazione parte dalla scintilla che ha acceso il suo interesse per la Corea del Nord, per nulla ideologica.

Ho cominciato a interessarmi alla Corea del Nord quando ero bambino. Avevo una copia di “Goal”, il film ufficiale dei Mondiali di calcio del 1966, che si disputarono in Inghilterra e che la nazionale inglese vinse. Sono cresciuto con la passione per il pallone, e quello per l’Inghilterra resta il più grande trionfo della sua storia calcistica.

Per me, però, la storia più interessante fu quella della nazionale nordcoreana, che fu come adottata dalla città di Middlesborough, che si trova nel nordovest del paese. La nazionale nordcoreana fece molto bene a quei Mondiali: battè l’Italia e fu la prima squadra asiatica a qualificarsi per i quarti di finale. Lì incontrarono il Portogallo. Tremila fan del Middlesborough andarono in trasferta a Liverpool per sostenerli. Persero 5-3, ma fu una partita incredibile. Così dovettero tornare nel loro paese e nessuno li rivide mai più. La mia curiosità fin da subito si concentrò su che fine avessero fatto quei calciatori.

Quando sono diventato regista, il primo film che ho voluto realizzare è stato proprio quello sulla storia di quella nazionale nordcoreana e su cosa ne fosse stato. Così, dopo lunghe negoziazioni, nel 2001 ho ottenuto il permesso di andare in Corea del Nord, dove ho incontrato i  giocatori superstiti e il loro allenatore.

La mia attrazione per la Corea del Nord è nata dal punto di vista più neutrale possibile: il calcio.

Dopodiché ha realizzato altre produzioni sulla società nordcoreana.

Sì, è un paese affascinate da visitare, una volta che ci entri. È un paese come nessun altro sulla Terra. Come regista vieni assorbito dai soggetti che offre.

Prima che ci andassi la prima volta, anch’io avevo la visione che ci è sempre stata trasmessa della Corea del Nord, una società demonizzata nelle nostre menti fin dalla nascita del paese. I suoi abitanti ci vengono mostrati come robot, persone senza volontà, anche per via delle immagini che ci vengono trasmesse delle parate militari e dei Giochi di massa. In realtà io non ho trovato 22 milioni di robot, ci sono degli individui. Volevo penetrare sotto la pelle del paese.

All’inizio volevo solo fare un film sul calcio, che poi è diventato qualcosa di più. Per cinque anni abbiamo fatto avanti e indietro dalla Corea del Nord: abbiamo girato un documentario su due ginnaste che si stavano preparando ai Giochi di massa. Poi abbiamo scoperto la storia di quattro soldati americani che nei Sessanta disertarono per stabilirsi in Nordcorea, una cosa impensabile oggi e ancor di più ai tempi.

Due di questi marine sono già morti, ma due di loro ancora vivono a Pyongyang, e mentre stavamo girando uno di loro fuggì per tornare in America: una sceneggiatura migliore non l’avremmo potuta scrivere! Invece si trattava di una storia vera, raccontata nel documentario “Crossing the Line”.

Complessivamente, nei cinque anni di viaggi avanti e indietro, per un totale di venti visite, in Corea del Nord mi sarò fermato per non più di un anno.

Con 1'100'000 soldati, la Corea del Nord ha un esercito di dimensioni imponenti. Nel paese fare parte dell’esercito significa godere di privilegi in società. Una società, quella nordcoreana, che viene descritta come fortemente militarizzata. Ce lo confermi?

Lo è. L’esercito viene per primo, è un concetto di base in Corea del Nord. Noi occidentali, ovviamente, la descriviamo come una dittatura militare. In realtà ci sono molte persone che lavorano per l’esercito senza essere militari. L’esercito nordcoreano ha studi cinematografici, una squadra di calcio, una società sportiva. Certo, si vedono uniformi ovunque, ma non per forza si tratta di personale armato.

Ciò che si nota, però, è che la società va avanti, la gente fa la sua vita, anche se a volte ti chiedi come faccia. Quando abbiamo girato "A State of Mind", abbiamo notato che le famiglie delle due ragazze avevano le stesse preoccupazioni che hanno tutti i genitori del mondo.

Quando proiettammo il documentario al Festival di Pyongyang, un evento davvero incredibile, dopo la visione le famiglie vennero da noi a chiederci cosa ci fosse di così interessante nelle loro vite. Erano davvero basite. Mentre a noi una famiglia nordcoreana sembra tutto fuorché normale.

Qual è l’atteggiamento dei nordcoreani nei confronti della leadership?

Nei confronti della leadership c’è una fede. Non la si mette in discussione. È una società confuciana, viene tracciato un legame tra il padre e il leader, tra il padre e il figlio, e ora c’è il figlio del figlio del padre. Un legame ereditario sconosciuto negli altri paesi comunisti. Il leader è il capofamiglia della grande famiglia nordcoreana.

Le generazioni più anziane stanno cercando di mantenere motivate quelle più giovani. Dicono “Dobbiamo essere forti, dobbiamo essere pronti, perché un giorno gli americani torneranno”. Vogliono che la rivoluzione sia sempre viva nelle menti dei ragazzi.

A telecamere spente, i ragazzi nordcoreani mi hanno espresso il loro desiderio di riunificazione, di riabbracciare i fratelli del sud. Mentre a sud molti dei ragazzi con cui ho parlato in cima alle loro preoccupazioni avevano che tinta fare ai capelli. È una differenza di mentalità che rende difficile una reale riunificazione.

A nord ci si immagina una Corea di nuovo unificata, mentre a sud tendono a vedersi come un paese a sé, che può fare tranquillamente a meno del nord. Storicamente la Corea è stata una sola per 3000 anni ed è divisa da settanta. Penso però che ogni anno che passa le possibilità di riunificazione si assottiglino.

Di certo non è facile parlare di riunificazione se Kim Jong-un continua la sua corsa agli armamenti, non trovi?

Senza dubbio, ma ci sono due contendenti che si affrontano, sono entrambi armati e ciascuno dispone di arsenali che possono decimare l’altro. Nessuno dei due paesi agevola la riconciliazione. Ogni anno ci sono esercitazioni congiunte della Corea del Sud con gli Stati Uniti, che il nord interpreta come una simulazione di guerra, e dunque una minaccia. Così ogni anno la Corea del Nord mostra i muscoli con proclami e test missilistici.

I primi tempi che leggevo di queste cose ero spaventato, temevo che potessero portare alla terza guerra mondiale, ma alla fine accadono ogni anno. Quando ho compiuto le ricerche per i miei film, sono andato indietro nella Storia e mi sono reso conto che queste cose accadono da sempre.

Sono abituato a guardare un po’ oltre i titoli delle notizie. Di sicuro a George W. Bush scontrarsi con Kim Jong-il [il padre di Kim Jong-un, ndr] faceva comodo; gli faceva comodo che sembrasse matto, perché così si giustificava la presenza americana in Corea del Sud, un paese che ha bisogno degli USA per difendersi. Allo stesso tempo, a Kim Jong-il faceva comodo dipingere Bush come un matto, perché così si giustificava la precedenza all’esercito, che doveva essere pronto a respingere gli americani.

Nessuna delle due Coree vuole fare un passo indietro. Serve un negoziatore davvero abile per portare la pace. Si guarda sempre a cosa fa la Nordcorea, ed è comprensibile, ma nessuno dei due contendenti è innocente.

Dan, voglio concludere questa nostra chiacchierata dando spazio alla speranza. A tuo modo di vedere, ce n’è ancora data la situazione?

C’è sempre spazio per la speranza. In Corea del Nord ho visto come hanno accolto noi occidentali, noi britannici, provenienti da un paese alleato degli Stati Uniti ai tempi della guerra. Spesso la gente di questo o quel paese viene descritta come malvagia, ma poi una volta che ci sei in mezzo scopri che non è così, e la Corea del Nord non fa eccezione. A livello di persone comuni c’è sempre la speranza.

Alla fine di "The Game of Their Lives", il mio primo film sulla Corea del Nord, Pak Doo Ik, il calciatore che segnò il gol vittoria contro l’Italia nel 1966, dice che allora realizzò come il calcio non sia solo uno sport ma anche un modo per raggiungere traguardi diplomatici che i politici non riescono a ottenere.

Trovo sia incredibile che uno sport possa unire la gente come la politica non è mai riuscita a fare. Questo per me è un messaggio molto importante.

AR

Baobab
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