Quando arrivano i cinesi, sono talmente tanti che si prendono la scena. Si piazzano a un niente dalla rete metallica, quel tanto che basta perché si accenda la miccia del loro tifo. Urli acuti, bandierine di plastica e, poco più in là, un bambino formato bonsai che inizia a randellare due bastoni di legno contro un tamburo largo almeno quanto lui.
Ma una buona dose di rumore la fanno anche gli avversari, i cileni che sul campo si radunano in cerchio e prima del calcio d’inizio cantano a squarciagola il loro inno. E anche se ci danno dentro con passione, qualcuno sbaglia i tempi e inciampa fuori ritmo nel ritornello, mentre gli altri prendono fiato. Ma pazienza, va bene così, perché tanto qui non c’è la FIFA, non ci sono stadi da ricostruire e nemmeno manifestazioni di proteste.
“Ci mancherebbe, è la Coppa del mondo meno cara del mondo”, dice scherzando il francese Stéphane Darmani, da 10 anni accasato in Brasile, che proprio a ridosso dei Mondiali, si è inventato la prima edizione della Copa Gringos. Un torneo amatoriale riservato a tutte le varietà di stranieri, che affollano la megalopoli di San Paolo. “Per storia e vocazione, San Paolo è sempre stata una città profondamente multietnica. Oggi raccoglie un largo spettro di nazionalità differenti e mi sembrava bello riunirne molte di queste dentro un campo di calcio”.
Che poi siano figli di un’immigrazione lontana nel tempo, oppure siano stati spinti in Brasile dalle ultime ondate finanziarie o da altri fattori politici, poco importa, ognuno qui deve solo metter lì le prove di un passaporto e può giocare per la propria nazionale, senza dover aspettare le selezioni di un rognoso commissario tecnico.
La “Copa Gringos” e gli “Alpino”
Questo l’unico ticket d’accesso alla festa. Per il resto, sfide nelle domeniche di maggio (fino alla finale del prossimo 8 giugno), tutte ospitate in uno di quei centri da “futebol” di periferia dove i campetti di calcio si moltiplicano come nelle specchiere dei barbieri. Così, tra bandiere appese alle reti metalliche, tacchetti, divise e arbitri in tenuta arancione fluorescente, ecco passar via una sfilata di 24 nazioni con tanto di tifosi della comunità al seguito.
Si va di continente in continente, dal Giappone al Camerun, passando per Canada, Paraguay, Germania, ma senza arrivare – almeno apparentemente – alla Svizzera. “Ma no, ci siamo” racconta il ginevrino Alain Bourgeois, che a San Paolo ha fondato un’agenzia pubblicitaria. “è solo che non siamo riusciti a trovare un numero sufficiente di giocatori svizzeri e così ci siamo uniti all’Austria e abbiamo creato la squadra Alpino”.
Un’alleanza delle Alpi, però, che nonostante la grinta di Alain (“rispetto alla Svizzera, qui in Brasile ogni giorno è una battaglia per conquistare quello che vuoi e questo mi piace”) è andata incontro a un’eliminazione precoce.
Contro il Congo, match deciso ai rigori. Storia di una partita che mai come in questo caso si arricchisce delle storie dei suoi giocatori. Proprio nelle fila degli africani, infatti, puoi trovare immigrati che hanno alle spalle esperienze molto differenti. Perché se Marc ti spiega di essere un rifugiato politico scappato dal suo paese per via della guerra, il lungo rasta, che gli gioca a fianco, ha un racconto dal tono decisamente più scanzonato “io ero un giocatore di ping pong poi mi sono innamorato della brasiliana più bella del mondo e adesso sono qua”. Un miscuglio di situazioni eterogenee, sul campo come nella vita, in cui Pedro, l’allenatore del Messico, sguazza completamente a suo agio: “io faccio il traduttore di mestiere e vuoi che non mi possa trovar bene in questa babele di lingue che è San Paolo?”. “Sì, mi trovo bene anch’io” è come se gli rispondesse indirettamente Ulrico, romano della nazionale italiana, da quattro anni impiegato in una banca d’investimenti in città “questa Copa Gringos è meravigliosa, ma ha un solo difetto. Si gioca la domenica mattina alle dieci, ti rendi conto?”.
Lorenzo Bucella




