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Una notte chiusi in ufficio

La testimonianza di Geremia Cometti di Corteglia, ricercatore al Collège de France, che da inizio anno abita nel X arrondissement

  • 14 novembre 2015, 15:23
  • 7 giugno 2023, 14:57
Geremia Cometti

Geremia Cometti

  • RSI

Un aperitivo con i colleghi, come spesso accade il venerdì per brindare all’arrivo del fine settimana. Sugli schermi del bar situato a pochi passi dal Pantheon, passa in sottofondo la partita di calcio amichevole Francia – Germania. Si scherza, si discute fino a quando una collega un po’ stanca decide di tornare a casa. Passano alcuni minuti quando squilla il telefono. È lei. È in preda alle emozioni. Con fare concitato ci dice che alla fermata della metropolitana di Richard Lenoir, nell’XI arrondissement, alcune persone con abiti sporchi di sangue si stanno rifugiando nella stazione sotterranea. Qualcuno grida: “c’è una sparatoria”. Ci dice di restare dove siamo, cambia direzione di marcia e torna da noi scioccata.

Noi ci troviamo nel V arrondissement. Le agenzie cominciano a battere di varie sparatorie ed esplosioni a Parigi. Chiamiamo i nostri amici, alcuni rispondono, molti no. Decidiamo di restare nel bar per vedere come evolve la situazione. Le notizie si fanno più precise, si parla di una sparatoria al bar Carillon. Si trova a 200 metri dal mio appartamento; domenica scorsa ero seduto aspettando che si liberasse un tavolo nella pizzeria di fronte. All’angolo si trova le petit Cambodge, anch’esso teatro di una delle sparatorie della notte parigina. Arrivano altre notizie. Scopriamo che i principali attacchi, compreso quello del Bataclan, si trovano tra il X e l’XI arrondissement. Proprio dove abitiamo io e i miei colleghi.

Tornare a casa non avrebbe senso. Decidiamo di andare in ufficio. Ci sentiamo più al sicuro. Andiamo a piedi e di fianco a noi sfrecciano due moto ad alta velocità. Sono solo due moto. Per fortuna. Ma mi gela il sangue. Aumentiamo il ritmo e arriviamo nell’atrio di uno degli edifici del Collège de France. Ci sono altri ricercatori, che come noi, non hanno voluto rientrare a casa. Ascoltiamo dunque insieme il discorso di François Hollande. Il bilancio si aggrava, si parla di 100 morti solo al Bataclan. Decidiamo di restare a dormire negli uffici. Nessuno di noi vuole attraversare Parigi, la stessa città in cui camminavamo con disinvoltura fino a un’ora prima. Ci sdraiamo sulla moquette degli uffici cercando di chiudere occhio. Senza troppo successo. L’adrenalina e la scomodità del pavimento lo impediscono.

La notte passa relativamente veloce. Ci svegliamo. Leggiamo le ultime notizie. Decidiamo di tornare a casa. Le nostre strade si dividono. Prendo il bus. A bordo ci sono solo l’autista e due persone come me un po’ stralunate.

Osservo le strade di Parigi praticamente deserte. La città è blindata.

Arrivo nel X arrondissement. Quello che è diventato anche il mio quartiere. La mia casa. Sono arrivato qui a Parigi a inizio anno, poco dopo gli attacchi a Charlie Hebdo. Oggi come allora l’atmosfera è surreale.

Alcune impavide persone fanno jogging o portano a spasso il cane come se non fosse accaduto nulla la notte precedente. Le boulangerie parigine sono aperte e alcuni negozi stanno alzando le saracinesche. Non è sicuramente una giornata come le altre. Ma Parigi prova comunque a rialzarsi.

Geremia Cometti

Il nostro dossier: La guerra a Parigi

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