Oggi, la storia
Mercoledì 02 settembre 2015 - 07:05
All’inizio dell’autunno del 1845 una terribile carestia colpì l’Irlanda. Un fungo parassita danneggiò gravemente le coltivazioni di patate, distruggendo nel primo anno un terzo del raccolto. L’infezione tornò a colpire con effetti catastrofici nel 1846 e si trascinò poi fino al 1852.
La patata era allora il principale nutrimento dei contadini irlandesi, anche perché la maggior parte dei terreni apparteneva a proprietari inglesi, che esportavano gli altri prodotti.
In poco tempo la carestia infierì sulla popolazione, che negli anni precedenti era molto cresciuta. Il governo inglese, guidato dal primo ministro Robert Peel, reagì lentamente e con molte incertezze: gli aiuti furono inadeguati alla gravità della situazione e le politiche adottate confuse e contradditorie.
Agli occhi di molti esponenti di spicco del governo inglese, i cosiddetti “moralisti”, le vittime avevano la loro parte di colpa: i cattolici irlandesi erano accusati di essere troppo prolifici, troppo devoti al Papa e soprattutto di essere pigri e privi di spirito d’iniziativa.
In assenza di interventi adeguati la situazione peggiorò sempre più e nell’autunno del 1846 si registrarono le prime morti per fame; epidemie di tifo e di febbre gialla dilagarono tra una popolazione già gravemente indebolita dalla fame.
Il censimento del 1851 registrò oltre un milione di morti in un piccolo Paese, che contava allora appena sei milioni di abitanti. Ma soprattutto, negli anni precedenti, moltissimi erano fuggiti dall’Irlanda in preda alla disperazione: oltre duecentomila all’anno, un milione e mezzo in totale. I migranti presero soprattutto la via del Canada, degli Stati Uniti e dell’Australia. Fu un esodo senza precedenti: stipati su tutte le navi che fu possibile trovare, migliaia di persone si affidarono al mare. Molti di loro erano malati e scatenarono epidemie nei luoghi di destinazione, con conseguenze facilmente immaginabili.
In questa vicenda apparentemente remota ritroviamo, in una diversa combinazione, molti aspetti del nostro presente: diffidenze e pregiudizi verso le vittime di tragedie storiche, migrazioni di massa, timori di contagi e soprattutto le insufficienze della politica nel gestire una situazione di emergenza.
In questo caso davvero la lezione della storia è rimasta inascoltata.