Firma dei Trattati di Roma, Palazzo dei Conservatori sul Campidoglio, Roma (25 marzo 1957)

L’Unione europea a 60 anni dal Trattato di Roma

di Sergio Rossi

Plusvalore
Lunedì 20 marzo 2017 alle 12:20

 

Sono ormai trascorsi 60 anni dalla firma del Trattato di Roma con cui i rappresentanti di Italia, Francia, Germania dell’ovest, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo istituirono la Comunità economia europea, con l’intento di promuovere uno sviluppo economico solido e durevole nel Vecchio continente. Se i “padri fondatori” di quell’epoca fossero ancora vivi, è verosimile che sarebbero basiti osservando il tradimento della loro idea originale, sostituita (a seguito del Trattato di Maastricht firmato 25 anni fa) dal regime neoliberista che ha fatto risorgere dalle proprie ceneri lo spirito nazionalista in voga al tempo in cui la Germania era guidata da Adolf Hitler.

È fuori di dubbio, infatti, che il nazionalpopulismo in auge attraverso l’Unione europea tragga la propria forza politica dallo sgomento che la sedicente integrazione europea ha creato in ampie fasce della popolazione, soprattutto con riferimento al mercato del lavoro (sempre più precario) e riguardo ai redditi in esso distribuiti (sempre più iniqui e problematici sia per la stabilità finanziaria sia per lo sviluppo economico). Il Trattato di Maastricht ha in particolare gettato le fondamenta molto fragili sulle quali fu istituita l’Unione monetaria europea, costruita sulle sabbie mobili della moneta unica europea (che in realtà di unico ha soltanto il nome, perché la Banca centrale europea si rifiuta di svolgere il ruolo che le spetta nel traffico dei pagamenti internazionali in Eurolandia – una zona monetaria lungi dall’essere “ottimale” anche secondo la teoria ortodossa).

Il “peccato originale” della zona euro è cristallizzato in due “parametri” che non hanno alcun fondamento scientifico nella moderna analisi macroeconomica, ma che dettano le scelte di politica economica ai governi nazionali di Eurolandia. Si tratta degli ormai famigerati rapporti del 3% e del 60% che riguardano le finanze pubbliche dei paesi in cui è stata introdotta la moneta unica europea e che il cosiddetto “Fiscal compact” ha reso ancora più severi. In pratica, gli Stati membri di Eurolandia devono fare in modo annualmente di chiudere in pareggio i conti pubblici, senza alcuna distinzione di sorta fra la spesa corrente e gli investimenti del settore pubblico.

In realtà, gli investimenti dello Stato devono essere finanziati tramite l’indebitamento, anziché dalle imposte, affinché l’onere del loro finanziamento sia distribuito su tutte le generazioni fiscali, anziché solo su quella dell’anno in cui sono svolti tali investimenti.

Se questa regola d’oro delle finanze pubbliche fosse rispettata in Eurolandia, gli Stati nazionali avrebbero la possibilità di rilanciare e sostenere l’economia di questa zona, invece di affossarla con le loro politiche di austerità controproducenti.

Certo, le politiche di austerità nella zona euro, unitamente all’allentamento monetario della Banca centrale europea, fanno gli interessi di breve termine delle banche. Ma è anche vero che le banche non possono prosperare a lungo in un sistema depresso.