Nicola Sturgeon alla Scottish National Party Spring Conference ad Aberdeen, Scozia (18 marzo 2017) (Reuters)

La Scozia scalpita di nuovo

di Mauro Baranzini

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Martedì 21 marzo 2017 alle 12:20

 

Ci risiamo. I venti della voglia di scissione soffiano forti. Dopo nemmeno tre anni dalla votazione in cui l’elettorato scozzese con buona maggioranza ha detto di no alle velleità di indipendenza del partito nazionalista scozzese, il primo ministro (o meglio la "prima ministra" Nicola Sturgeon) torna alla carica e chiede al “Primo ministro” britannico Theresa May il permesso, cioè il diritto, di poter rivotare a breve sull’indipendenza di Edimburgo da Londra. Certo le relazioni tra le due "nazioni" non sono mai state facili, e nei secoli passati anche Londra si è macchiata di brutalità per poter soggiogare gli scozzesi. Infatti dall’843 d.C. al 1707 la Scozia fu un fiero stato indipendente. Ma questa è acqua passata; che non macina più. La "prima ministra" scozzese si è stizzita per il fatto che, sia pure con una debole maggioranza, il Regno Unito tutto intero ha votato lo scorso giugno a favore della Brexit. E certo, Nicola Sturgeon vuole approfittare del momento delicato e mettere i bastoni nelle ruote al governo centrale di Londra che presto inizierà a negoziare l’uscita dall’Unione Europea. A nostro parere la questione dell’indipendenza non dovrebbe essere portata avanti approfittando di questa occasione particolare, anche perché non è scontato che la Brexit sarà negativa per l’economia britannica. Tanto per cominciare, si potrebbe dire che le tesi catastrofiste di diverse autorità nazionali e internazionali non si sono avverate; anzi, è da 40 anni che la disoccupazione britannica non è mai stata così bassa (4,7%). Per tornare alla Scozia, forse le sue autorità dovrebbero riflettere sulle debolezze della loro economia: poca crescita, popolazione stabile da vari decenni, forte dipendenza dagli aiuti di Londra e prezzo del petrolio al ribasso. Ma al di là della situazione economica non certo rosea della Scozia occorre forse ricordare che un’Unione, come quella Britannica, non può sempre essere à la carte; e picchiare i piedi quando la maggioranza dell’elettorato britannico decide diversamente dalle proprie aspirazioni. Magari occorrerebbe prendere l’esempio della Svizzera, una federazione di stati molto autonomi, costruita sulle diversità; ma capace di superarle nei momenti difficili. E certo l’Unione Europea non sarebbe disposta ad accogliere a braccia aperte una Scozia separata dalla Gran Bretagna. Non tanto per gli aspetti economici; bensì per evitare che altre regioni, come la Catalogna, ne vogliano seguire l’esempio. Chi vivrà vedrà, ma la partita senza esclusioni di colpi è solo all’inizio.