Comprare un capo di abbigliamento che vanta il marchio “prodotto in Italia” non è più garanzia di qualità e neppure di condizioni di lavoro degne. Lo dimostrano le numerose inchieste della procura di Milano che ha messo sotto controllo i grandi marchi della moda, da Armani a Dior. E lo dimostra anche l’inchiesta mascherata andata in onda a Patti chiari. Un viaggio nelle fabbriche di Prato, in Toscana, dove la manodopera è perlopiù di origini cinesi, e dove le regole sembrano non valere: lavoratori che cuciono scarpe, borse e vestiti per l’industria del lusso e del fast fashion vengono regolarmente minacciati, picchiati e sfruttati. Sotto accusa c’è la pratica del subappalto: le case di moda affidano gli ordini a un’azienda esterna che a sua volta subappalta alcune fasi della lavorazione ad altre aziende che sfruttano operai e operaie e li fanno lavorare in condizioni disumane. Una realtà decisamente poco trasparente in cui diventa molto difficile identificare il responsabile.
La società madre scarica sulle aziende a cui la produzione è stata appaltata. Ma davvero i marchi del made in Italy coinvolti sono all’oscuro di tutto? Patti chiari ha incontrato l’avvocata Ilaria Ramoni, che ha curato l’amministrazione giudiziaria della prima marca finita nel mirino della procura: Alviero Martini. E le sue parole sono chiare: per lei “mancava la cultura della legalità”, ovvero le grandi firme erano molto attente alla qualità del prodotto che usciva dalle fabbriche dei loro fornitori e non badavano invece alle condizioni di lavoro e di vita degli esseri umani che lo producevano. Una cultura aziendale che la giustizia e i sindacati stanno tentando di cambiare radicalmente attraverso campagne mirate. In gioco c’è la vita di centinaia di migliaia di artigiani e la reputazione di un marchio, il Made in Italy.
Intanto, in questa giungla, l’esperta di marketing della moda Isabella Ratti manda un messaggio chiaro ai consumatori: consumare meno e meglio, informarsi, chiedere a chi ci vende un vestito dove viene prodotto e da chi. Perché “è un nostro diritto, per salvaguardare noi stessi, il mondo in cui stiamo vivendo, ma anche a tutela del negoziante”.
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