Prima fila

In nessun dove

Poema musicale tratto dal Zar-Fanciulla di Marina Cvetaeva

"Mestiere. Poesie 1921-1922" di Marina Cvetaeva, Passigli Poesia (copertina)

Martedì 19 maggio 2026 ore 20:00

poema di Marina Cvetaeva utilizza gli archetipi della fiaba popolare per capovolgerli e convogliarli in un discorso personale e politico. Una fiaba rovesciata dove la principessa è l’elemento maschile e il principe il femminile, la matrigna piena di voglie incestuose, il padre regnante dissoluto e infine gli “aiutanti magici” servi e padroni di quel potere oramai vacillante nei valori. Il carattere farsesco e irrisorio del testo permette di entrare in un gioco che non nasconde però un’interpretazione più profonda e politica del testo. In un’epoca, la nostra contemporanea, di grandi riflessioni sul concetto di genere, di potere, di sopraffazione di potere di un genere sull’altro nasce la domanda di quali siano le fiabe che dovremmo raccontarci. Quelle che sottintendono una crisi del femminile e del maschile o quelle che ne presentano le differenze archetipiche? Marina Cvetaeva lo aveva fatto cento anni fa in una Russia a cavallo tra il potere zarista e quello bolscevico e la sua favola distorta si immerge nella tradizione per dissacrarla.

“Nel poema La principessa guerriera c’è tutto questo, c’è tutto di Cvetaeva: l’elemento ancestrale, l’epos, la dialettica maschile-femminile, la vitalità sfrontata e solare dell’amazzone, il mondo ctonio dell’incantesimo, la magia iridescente della parola-fiaba che incanta il poeta; e infine, l’amore incompiuto, il principio vitale destinato a non realizzarsi: “un passarsi accanto”, un eterno sfiorarsi senza raggiungersi, in cui l’anima stessa vuole alimentare il suo continuo ferirsi, la struggente “tragedia del mancarsi”, e nel dolore della scrittura, nell’arte purissima della poesia, epicamente deflagrare.”
(Isabella Bignozzi Cvetaeva e La principessa guerriera: il Sole, la Luna, l’Oracolo)

In nessun dove nasce come studio sul rapporto tra la sonorità della parola poetica e la musica costruita intorno ad essa. Come agli albori del melodramma, dove la parola veniva prima della musica, anche qui il suono serve soprattutto a ricreare uno spazio fisico, a dare un ideale corpo tattile al testo. Ogni personaggio ha un suo “colore” sonoro, una caratterizzazione timbrica e tonale, quasi un Leitmotiv di wagneriana memoria spesso ridotto ad un gesto o alla rievocazione di un suono conosciuto o di uno strumento. L’azione scenica resta per contro immaginaria, affidata al movimento delle voci e agli spazi virtuali in cui sono immerse.