Libretti, che risate! (1./5)

Dopo la fortunata serie di "Libretti, che passione!", non poteva mancare il "sequel": "Libretti, che risate!" Dopo aver raccontato dieci libretti di opera seria, drammatica e struggente, tra eroi ed eroine, con l'immancabile catena di morti, per pareggiare il segno è giunto il momento di spaziare sui titoli che a tanta tragicità fanno da contrappeso: i libretti comici, buffi e giocosi. Carla Moreni ne ha scelti dieci - obbligatoria "par condicio" - che, come i precedenti, spaziano dal Seicento al Novecento, da Claudio Monteverdi a Giacomo Puccini.

Iniziamo dai primi cinque: sfilano uno dopo l'altro "L'incoronazione di Poppea" di Claudio Monteverdi, "Xerse" di Francesco Cavalli, "Giulio Cesare" di Georg Friedrich Händel, "La serva padrona" di Giovanni Battista Pergolesi. La cronologia rispettosa delle prime esecuzioni viene disturbata solo dal titolo di apertura di "Libretti, che risate!": perché al "Falstaff" di Giuseppe Verdi spetta di diritto il primo posto. Sarà lui, "il pancione", cesellato con infinita allegria da un compositore ottantenne e dal coltissimo librettista Arrigo Boito, a far da capofila a tutti gli altri personaggi comici. Sempre a corto di denaro - primo ingrediente di qualsiasi opera buffa - e messi alle strette da donne troppo intelligenti e veloci, dalla battuta pronta e risolutiva.

Perché si ride all'opera? Questa la domanda a cui la carrellata dei librettisti messi in campo cercherà di dare una risposta. Uomini di legge o cresciuti nei seminari vescovili, gli autori dei libretti conoscevano bene le regole della metrica e della seduzione: sapevano parlare ai colti e al popolo. Usavano il tema del matrimonio - e delle corna, imprescindibile argomento comico - in una infinita varietà di declinazioni. Eccone i nomi: Arrigo Boito, Giovanni Francesco Busenello, Nicolò Minato, Nicola Francesco Haym, Gennaro Antonio Federico. Messi spesso in ombra dai compositori, finalmente si riprenderanno la scena.